Burri, Fontana, Somaini e la poetica della materia

La stagione dell’informale italiano non smette di essere approfondita. È imminente l’uscita da Electa, nella collana «Quaderni della Quadriennale di Roma», di Burri. Una vita, scritto da Piero Palumbo con testimonianze di Lorenza Trucchi, Gino Agnese e Giovanni Carandente, che per la prima volta indaga capillarmente le vicende di questo artista notissimo e sconosciuto. «Più storia e meno filosofia» potrebbe essere l’assunto del saggio, che ha il merito di non proporre nuove interpretazioni della pittura di Burri, ma di fornire tante informazioni, dalla sua esperienza di soldato e dalla prigionia nel campo di concentramento di Hereford, in Texas, fino, per esempio, alle polemiche per i suoi «sacchi», denunciati nel 1961 come malsani e oggetto di interrogazioni parlamentari.
La biografia di Burri, comunque, è l’ultimo episodio di una serie di eventi dedicati ai protagonisti dell’informale. Si è appena chiusa alla Gnam di Roma una rassegna di grande fascino dedicata a Francesco Somaini, uno dei massimi scultori italiani del dopoguerra, curata con passione dalla figlia Luisa e da Mariastella Margozzi, che ha testimoniato la straordinaria intensità espressiva dell’artista, capace di creare una materia che si torce e si divincola, come spinta da un’irrequietezza interiore. Si è appena chiusa anche una vasta mostra, alla Fondazione Magnani Rocca di Parma, dedicata a Burri stesso, che ne ha sottolineato la ricerca di armonie tonali, la nostalgia di un’intima, introversa, classicità.
E non è finita. Tra le varie altre rassegne in corso, ne segnaliamo due. La prima, «Ennio Morlotti e Alfredo Chighine» (aperta fino al 18 gennaio allo Studio Poleschi di Milano), raccoglie una quarantina di opere dei due grandi interpreti della stagione informale lombarda, che esaltano i valori pittorici della materia e i valori materici della luce. La seconda, «Lucio Fontana scultore» (Mantova, Castello di San Giorgio, fino al 6 gennaio, catalogo Electa) espone una settantina di opere tra disegni, sculture e qualche dipinto.
Fontana, di solito, è considerato un pittore, sia pure sui generis, per i suoi «tagli». In realtà l’artista, allievo di Wildt a Brera negli anni Venti, nasce come scultore. Negli anni Trenta si divide fra esiti ancora monumentali (come il pensieroso e metafisico Campione olimpionico. Atleta in attesa del 1931), un’astrazione essenziale (poche linee nello spazio o tavolette bidimensionali e graffite) ed esplosioni barocche, affidate soprattutto alla ceramica, in cui la materia sembra quasi lievitare.