Bush: «Sanzioni contro i dittatori birmani»

da New York

I monaci invece degli ayatollah. È stato il giorno delle sorprese al Palazzo di Vetro. Per qualche ora la sessione dell’Onu centrata sui venti di guerra nel Medio Oriente e polarizzata anche fisicamente dalla presenza contemporanea di George Bush e del presidente iraniano Ahmadinejad, ha trovato un nuovo, inatteso «fuoco» in una crisi e in una terra lontane. Alle parole di belligeranza dal Medio Oriente islamico si sono sovrapposte le preoccupazioni, le angosce, le persecuzioni cui sono esposti e minacciati nel Myanmar (la terra che siamo ancora abituati a chiamare Birmania) i «preti» della religione più pacifica del mondo, impegnati nella più pacifica e tradizionale delle loro proteste.
Truppe affluiscono nella vecchia Rangoon, pronte ad affrontare cortei di monaci armati solo di mitezza e senza messaggi rivoluzionari che non siano le richieste di più libertà, più pace, più tranquillità. E Bush se ne è fatto portavoce alle Nazioni Unite, facendo della Birmania l’argomento centrale del suo intervento annuale, che tutti si attendevano soverchiato da un ennesimo scambio di minacce con il regime di Teheran. Ma le notizie erano fresche, e il presidente americano ha reagito con un monito e con tutte le contromisure di cui poteva disporre in quel momento: sanzioni economiche e finanziarie, divieto d’ingresso negli Stati Uniti ai membri della giunta militare al potere. «Gli americani sono indignati dalla situazione in Birmania, dove una giunta militare ha imposto 19 anni di regno della paura. Tutti i Paesi del mondo dovrebbero stringere la vite sui detentori del potere e contro coloro che li spalleggiano finanziariamente».
Bush ha ricordato che l’oppressione riguarda 56 milioni di esseri umani e dura da mezzo secolo, «mentre il loro Paese è precipitato da un esempio delle più felici aspettative in Asia a una situazione tra le più disperate». «Aiutiamo il popolo birmano a riconquistarsi le sue libertà».
Un appello fatto proprio anche dal segretario dell’Onu, il sudcoreano Ban Ki Moon, e dal primo ministro britannico Gordon Brown. Ma per essere efficaci le sanzioni debbono comprendere i due giganti asiatici, che sostengono quel che resta dell’economia birmana: l’India e soprattutto la Cina, che di recente ha trasmesso alla giunta messaggi di toni moderati per invitarla, appunto, alla moderazione.
La Birmania ha così capeggiato, per una volta, la lista dei regimi che Bush ha condannato in termini molto duri. Ne fa parte l’Iran, naturalmente, assieme alla Siria, alla Corea del Nord e, unica in Europa, alla Bielorussia.
«Ogni Paese civile ha il dovere di aiutare i popoli che soffrono sotto questi regimi brutali che li privano di diritti fondamentali, così come ha il dovere di aiutare l’Irak, l’Afghanistan e il Libano, dove gli estremisti stanno facendo tutto il possibile per abbattere le giovani democrazie».
Ma il numero due rimane Cuba, anzi Fidel Castro. «All’Avana il lungo regno di un dittatore crudele è prossimo alla fine, il popolo cubano è già pronto per la libertà. Altrettanto pronte devono essere le Nazioni Unite a insistere perché a Cuba vengano restaurate al più presto libertà fondamentali come quella di parola e di assemblea e soprattutto, elezioni libere senza più il monopolio di un partito». L’ottimismo di Bush su Cuba è fondato, più che altro, sulla biologia. Una volta o l’altra la voce ritornante sul decesso imminente o addirittura avvenuto di Castro diventerà realtà.
Il caso birmano è più complesso, anche perché il potere è meno personalizzato. Ma la storia insegna che quando in un Paese buddhista i bonzi escono dai conventi la crisi è seria. Meglio di tutti gli americani ricordano il precedente del Vietnam del Sud. Nel 1963 il presidente Ngo Dinh Diem, amico dell’America e cattolico, ma autoritario, fece attaccare i fedeli che celebravano il 2527° anniversario di Buddha. Poco dopo i monaci cominciarono a darsi fuoco nelle strade di Saigon, uno dopo l’altro, e il regime crollò. Il colpo di grazia glielo diede Kennedy, fomentando un colpo di Stato militare. Diem fu ucciso il 1° novembre. Tre settimane dopo toccò a Kennedy.