Il business dei «bassi» per immigrati

Marcello D’Orta

Oggi, dare una casa in fitto agli stranieri può essere discriminatorio come negarla.
Nella seconda metà dell'Ottocento, la maggioranza degli italiani emigrati a New York, abitava nel quartiere più sporco della città: Five Points (Cinque punti). In una sola stanza erano ammassate fino a venti persone, di entrambi i sessi. Non c'erano pareti divisorie, sedie, tavole. Qualcuno, per dormire, saliva sul tetto o si sdraiava sui davanzali delle finestre, ma spesso nel sonno faceva bruschi movimenti, e precipitava, morendo. In quelle stesse stanze si dava riparo a cani, gatti, scimmie, e il puzzo era insopportabile. D'estate si moriva a grappoli, soprattutto i bambini.
Negli anni Cinquanta del secolo scorso, quando l'emigrazione interna era ancora forte, passando davanti a modesti alberghi o residence del Nord, ci si poteva imbattere in cartelli come questi: «Non si fitta a meridionali», «Camere per soli settentrionali».
Napoli si è sempre mostrata tollerante con gli stranieri, ma oggi c'è chi sta traendo ignobile profitto da questa tolleranza. Su una rivista specializzata nel mercato immobiliare, è comparso il seguente annuncio: «Basso di 20 metri quadrati con water in cucina fitto per 350 euro solo per extracomunitari».
Che cos'è un «basso». Il basso è un seminterrato (di solito un monolocale) a livello stradale, dove vivono mediamente quattro persone. Eduardo De Filippo ce ne dà una vivida descrizione nel dramma Filumena Marturano: «Avvoca', 'e ssapite chilli vascie... (Marca la parola) I bassi... A San Giuvanniello, a 'e Vìrgene, a Forcella, 'e Tribunale, 'o Pallonetto! Nire, affummecate... addò 'a stagione nun se rispira p''o calore pecché 'a gente è assaie, e 'a vvierno 'o freddo fa sbattere 'e diente... Addò nun ce sta luce manco a mieziuorno...». Io parlo napoletano, scusate... Dove non c'è luce nemmeno a mezzogiorno... «Chin''e ggente! Addò è meglio 'o freddo c''o calore... Dint'a nu vascio 'e chille, 'o vico San Liborio, ce stev'io c''a famiglia mia. Quant'èramo? Na folla! (...) E 'o calore!... 'A notte, quanno se chiudeva 'a porta, nun se puteva rispirà (...)».
Furono queste spaventose condizioni di vita a indurre Filumena - appena diciassettenne - a prostituirsi.
Il fitto di un basso è sempre stato contenuto, a volte irrisorio; non solo, l'inquilino che ne prendeva possesso, salvo casi eccezionali, vi restava per tutta la vita, e addirittura lo «tramandava», col tacito consenso del proprietario. Nel vico dove sono nato c'è una famiglia che abita un basso da almeno settant'anni: se non ci credete, andate al vico Limoncello e domandate della signora Furtunella (figlia di Nannella).
Ma nell'anno di grazia 2005 qualcuno fitta i bassi senza regolare contratto, e con la possibilità di riavere indietro l'alloggio quando gli pare. Si tratta - come giustamente rilevato da un'agenzia giornalistica - di «discriminazione all'incontrario», che alimenta lo sfruttamento dell'immigrazione, perché i proprietari di questi immobili di serie B (di queste topaie Gorbeau) si sono ricavati una nicchia veramente profittevole fra quei lavoratori che hanno poco tempo per scegliere e urgente bisogno di un tetto.
Dalle mie parti si «noleggiano» a soli extracomunitari anche garage. Non certo per custodirvi automobili. I box sono trasformati in alloggi, e vi si ficcano fino a sette persone. Attraverso le feritoie della saracinesca (e altri modesti spiragli) passa quel tanto d'aria sufficiente a non asfissiare i dormienti.
Quello della rivista è un annuncio «isolato», in realtà tutti in città sanno che il business dei bassi per immigrati è grande. L'Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali ha annunciato che indagherà sull'episodio, e così il ministero per le Pari opportunità, ma la mia impressione è che difficilmente il fenomeno si riuscirà a controllare. La storia dei bassi, infatti, è la storia di una secolare sconfitta del potere e dello Stato. I bassi, a Napoli, sono sempre esistiti (ne parla già Boccaccio), e da sempre le autorità hanno cercato di impedire il loro utilizzo come abitazione (in origine erano botteghe artigiane). Non ci riuscirono i francesi, gli spagnoli, gli austriaci, nessuna delle tredici dominazioni straniere, e neppure gli italiani. I fascisti apposero sugli edifici posti sul livello della strada targhe con su scritto «Terraneo non destinato ad abitazione»: divieto puntualmente disatteso.
Credo che qualcosa potrà cambiare solo se a ribellarsi saranno le stesse vittime. E come noi abbiamo imparato a dire «Thank you very much» e «As-salamu 'alayk» (salamelecco), così gli extracomunitari dovranno imparare a dire: «Ccà nisciùno è fesso!».