Quel Buzzati tragico e lieve

Questo straordinario articolo di Guido Piovene fu pubblicato su il Giornale del 30 luglio 1974 con il titolo Tragico e lieve. Nel ritratto di Dino Buzzati c’è qualcosa (e forse più di qualcosa) di Piovene stesso. I passaggi sulla morte e l’aldilà riecheggiano chiaramente il romanzo di Piovene (Le stelle fredde) di cui vi parliamo in queste pagine.

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Da una quindicina d'anni ho nel mio studio un quadro di Dino Buzzati, che fu anche pittore. È anteriore al periodo erotico e rappresenta una parete di roccia gialla liscia, eretta a picco, trivellata di buchi neri. Ma solo pochi giorni fa ho notato che scende da quei buchi una scolatura rossiccia, così pallida che la si avverte appena, come il siero sanguigno emesso da una piaga.

Anche Buzzati, come artista e come persona, ha la stessa caratteristica: lascia vedere, a distanza di tempo, cose che ci sfuggivano, di un'importanza capitale. Quando eravamo giovani ci seduceva il suo fare svagato, quella che allora ci sembrava solo freschezza, una scherzosità infantile. Era l'unico che facesse poco conto della cultura. Dopo ci siamo accorti che non avevamo parlato, veramente parlato, con Buzzati per anni. Fra tutte le persone che ho conosciuto, era la più impenetrabile e la più imprendibile; inconsapevolmente, teneva se stesso in allarme, in uno stato difensivo, pronto a sgusciare via di mano; la sua scherzosità infantile era certo spontanea, ma gli serviva anche di schermo. Sapevamo però, perché lo leggevamo nei suoi racconti, che il pensiero della morte già allora non gli dava pace.

In Francia, dove Buzzati piacque molto a Camus e alcuni ambienti lo pongono sopra tutti gli altri scrittori italiani contemporanei, sulla base di quadri, libri come Un amore, confessioni, interviste, brani di diario del periodo finale erotico della sua vita, si vuole farne, come vuole la moda, un revolté, un insorto deliberato contro le convenzioni morali e borghesi. Si è voluto persino avvicinarlo a Sade. Penso che andiamo fuori strada. Non era un personaggio semplice e lo diventa sempre meno. L'ultima volta che lo vidi, davanti a un grande pubblico (presentavo un suo libro) si dichiarò «militarista», com'era anche in gioventù. Il suo «militarismo» era amore per le discipline rigide, per le obbedienze volontarie, ma soprattutto nel suo pessimismo integrale, una forma di morale stoica: servire con devozione, con fedeltà, per attestare una dignità disperata da far brillare un attimo sulle sponde del nulla, una bandiera, una uniforme, un'impresa priva di scopo ma dignitosa e coraggiosa. La morale dell'ultima sentinella di Pompei.

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Come poteva questo stoicismo militare, e i suoi risvolti austeri, conciliarsi con la fissazione e con l'affanno erotici degli anni conclusivi? Forse ebbero, l'uno e l'altro, un fondo di durezza (con i suoi correttivi, il favoloso, l'umoristico, il sentimentale); forse ebbero in comune la tendenza a soffrire, obbedire, subire. Ma questo signore rimasto un po' infantile, ancora divertente e amabile senza tuttavia aprirsi mai, elegante senza seguire la moda, con la giacca ben chiusa a tre bottoni e i capelli tagliati corti all'umberta, bello a suo modo col suo viso di scultura gotica intagliata nel legno, che poteva servire con lievi cambiamenti a un angelo o a un demone, non era un uomo di rivolta. Gli mancava del tutto il gusto del proselitismo, della predicazione moralmente eversiva. Era l'uomo, direi, della rivolta riservata. Anche quello che rendeva pubblico, magari nella forma più personale e più diretta, conservava i caratteri del segreto. Un borghese angosciato, che si portava dietro le sue ferite (le scolature della roccia nel quadro), da cui nasceva la sua arte, tutta, anche quella che sembrava la più innocente.

I francesi notano anche, e questo è vero, che Buzzati coltivò un tipo di racconto fantastico del quale non si hanno in Italia, in mezzo al realismo italiano, altri esempi in tempi vicini. Forse, aggiungo io, i suoi racconti, come talvolta accade ai veneti, avrebbero trovato nel Centro-Europa ambienti di cultura più congeniali. Purché non si torni all'assurdo paragone con Kafka. Vi sono coincidenze esteriori nei temi (l'avvenimento che si aspetta per tutta la vita e non arriva mai, l'interminabile missione che non si adempie perché non si trova la persona cercata che forse non esiste, le mille frustrazioni come nei sogni) ma non bastano a stabilire un'affinità. Kafka, che fra l'altro Buzzati non conosceva quando scrisse Il deserto dei tartari e Sette piani, ci ha dato opere di cui non si riesce a toccar fondo: come nei testi sacri, gli esegeti che si succedono non raggiungono mai una decifrazione intera.

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Gli incubi di Buzzati hanno origine più chiaramente sentimentale: l'attesa perpetuamente delusa, la vecchiaia che a tradimento arriva al posto del trionfo, lo scoprirsi diversi da ciò che avevamo creduto restando irrealizzati, la difficoltà d'essere come veramente si è, il dramma di dover morire. Dino Buzzati prende tra questi assilli un carattere tutto suo, sentimentale e insieme freddo, tragico e insieme lieve, tra il favoloso e l'arido, in una prosa priva di colori caldi che emana luccichii d'argento e di ghiaccio.

Si è detto che conservò nei suoi libri qualcosa del cronista che fu a vent'anni. I suoi racconti infatti hanno per lo più un andamento e uno stile secco di cronaca, sia nella parte che si svolge tra le cose che tutti vedono, sia in quella che si svolge nella fascia di realtà fiabesche (spiriti di vario genere, esseri magici, ossessioni incarnate, creature mitologiche, eventi prodigiosi) che accompagna la vita umana. Questa fascia di fiaba però non ha nulla di spiritualista, non muta nulla, non arreca sollievo e tanto meno porta una qualsiasi fede. Presto si scopre che quel mondo fantastico ripete il nostro, la sua angustia, il suo orizzonte chiuso, e non v'è altro dietro. Mentre sembra alleviarla, questo strano «aldilà» onnipresente aggrava una visione della vita senza speranze politiche o metafisiche. Se l'«aldilà» infatti è soltanto quello, puro sogno spesso affannoso, senza varchi per andare altrove, non rimane più nulla per sfuggire a noi stessi, e subito dopo si trova un muro cieco o il vuoto. Soltanto l'umorismo può darci un breve aiuto.

Fu un grande pessimista, non cercò nessun genere di conforto ideale. Del grande scrittore ebbe l'abbondanza asciutta, mai umida, l'invenzione continua e mai cercata apposta, la coerenza concettuale e stilistica. Disse che l'angoscia è lo stato permanente dell'uomo e tra i pensieri che il suo bisogno di soffrire subì di più, fu quello della morte, forza dispotica. Ne scrisse molto in gioventù, in racconti di fantasia; quando poi seppe di aver poco da vivere ne scrisse senza più finzioni, parlando di sé chiaramente. Come nella prosa inedita, che pubblichiamo oggi (sul Giornale apparve infatti Ottavio Sebastiàn, vecchia fornace, ndr), avvolta di brandelli, sfilaccicati come nebbia, del suo mondo fantastico, dove si mette in viaggio verso la sua vecchia casa presso Belluno per cercare un estremo colloquio con sua madre nel cimitero: questa prosa ci dà una emozione intensa. Dino visse ancora due mesi.

Cercando questo inedito, e alcuni altri, abbiamo rovistato fra migliaia di fogli, tutti scritti a mano, da lui, talvolta rilegati in volume. Dino scriveva molto ed era ordinatissimo, conservatore di se stesso. Una parte dei fogli, come parecchie lettere agli amici, è ornata da disegni; ma anche se non ci sono la calligrafia di Buzzati, normale o, in alcuni casi, da destra a sinistra, è un disegno da sola. Il suo modo di scrivere fa pensare agli antichi poeti cinesi, nei quali la bella scrittura faceva parte del valore poetico dei testi.

Nella stessa calligrafia, con sbigottimento e paura, Dino scrisse della sua morte finché gli fu possibile. Notò che si svolgeva esattamente come aveva narrato in alcuni racconti trentacinque anni fa.

Guido Piovene