C’è un limite alle bugie dei governi

Il fatto. O, meglio, il fattaccio. Nel 1971 il New York Times riceve, dall’analista della Rand corporation Daniel Ellsberg, 47 volumi dal titolo Storia del processo decisionale statunitense sulla politica in Vietnam, commissionati dal segretario alla Difesa Robert McNamara nel 1967 per capire «cosa fosse andato storto» nella vicenda vietnamita. Quanto al contenuto, era la raccolta precisa e ragionata di analisi, strategie, teorie, proiezioni snocciolate dalle teste d’uovo del Pentagono. Di scenario in scenario, gli esperti avevano prodotto una maionese impazzita, una mostruosa alterazione della realtà. Visto che nessuno ne prendeva atto, Ellsberg, uno dei 36 compilatori del rapporto, aveva deciso di rivolgersi alla stampa. Nel giugno del 1971, il New York Times decide di pubblicare stralci dei volumi. Apriti cielo. Il presidente Richard Nixon si rivolge alla magistratura appellandosi al «segreto di Stato».
Vince di fronte al tribunale federale, ma la Corte suprema ribalta la sentenza. Storica la motivazione addotta dal giudice Hugo Black: «Il potere del governo di censurare la stampa è stato abolito affinché la stampa rimanga per sempre libera di censurare il governo. Solo una stampa veramente libera può denunciare con efficacia un inganno in seno al Governo». Il presidente Nixon prese poi una decisione che doveva rivelarsi funesta: la creazione di quella «squadra di idraulici», nata per «impermeabilizzare» le fughe di notizie dai palazzi del potere, e che poco dopo doveva «estendere» il proprio mandato e piazzare microspie alla convention democratica presso l’hotel Watergate. L’affaire «Pentagon papers» contribuì a rafforzare il ruolo della stampa come «quarto potere». Ma l’intera vicenda nascondeva un aspetto ben più inquietante.
Se ne accorse Hannah Arendt che stese un importante saggio dal titolo La menzogna in politica, pubblicato sulla New York Review of Books e oggi riproposto da Marietti (pagg. 86, euro 12) in una bella traduzione corredata da testo inglese a fronte e brillante introduzione di Olivia Guaraldo. Ordunque, i «Pentagon papers» dimostravano che gli esperti avevano sin dalle prime battute del conflitto vietnamita decretato la sua inutilità strategica. Dubbi che, del resto, si erano largamente diffusi presso la pubblica opinione e parte della stampa. Ma sapere che erano nutriti dagli stessi analisti, era un altro paio di maniche. Sottolinea la Arendt: «Le sabbie mobili delle dichiarazioni menzognere di tutti i tipi, volte a ingannare gli altri quanto se stessi, sono in grado di fagocitare qualsiasi lettore tenti di esaminare questo materiale, il quale sfortunatamente, ha costituito la struttura portante della politica interna ed estera degli Stati Uniti per quasi un decennio».
Gli analisti, «affascinati dalla mera dimensione degli esercizi mentali che essa sembrava richiedere», avevano cancellato, trascurato, alterato i rapporti veritieri della Cia, le notizie dal fronte. «Né la realtà né il buon senso poterono farsi strada nella mente dei problem-solvers, che continuarono imperterriti a creare i loro scenari per “rilevanti destinatari”, al fine di indurli a cambiare opinione: “i comunisti (che debbono sentire il peso della pressione), i vietnamiti del Sud (di cui bisogna risollevare il morale), i nostri alleati (che devono aver fiducia di noi in quanto firmatari di accordi) e l’opinione pubblica americana (la quale deve sostenere la decisione di assumersi il rischio di vite e di prestigio americani)”». Come scritto da Barnett, «il modello burocratico aveva spiazzato completamente la realtà: i fatti duri e ostinati, per raccogliere i quali molti analisti dell’intelligence prendevano lauti stipendi, venivano ignorati».
La Arendt non è una puritana in senso stretto. Non solo «giustifica» gli arcana imperii dell’antica e sempre attuale «ragion di Stato», ma giudica la menzogna come connaturata allo stesso agire politico: «La deliberata negazione della verità fattuale - la capacità di mentire - e la possibilità di cambiare i fatti - la capacità di agire - sono tra loro connesse». Ma un conto è mentire su fatti contingenti, un conto è falsificare scientemente (come proprio dei regimi totalitari), un altro ancora costruire un mondo completamente virtuale, dove scenari, calcoli, teoria dei giochi prendono il posto della realtà. A trent’anni di distanza, un saggio tutto da leggere.
mb@maxbruschi.it