CÉLINE Viaggio alla fine d’Europa

Il narratore francese lo terminò il giorno prima di morire: esce una nuova edizione del tormentato «Rigodon»

«Non è la realtà che Céline dipinge, ma l'allucinazione che la realtà provoca», scrive André Gide con una delle sue formule illuminanti: e questo è anche - o più che mai - Rigodon, l'ultimo romanzo del narratore francese, scritto tra il 1960 e il 1961 e pubblicato postumo da Gallimard solo nel 1969, dopo che la moglie, Lucette Destouches, detta Lili (Destouches era, lo si sa, il vero nome di Céline) riesce a fatica a decifrare il tormentatissimo manoscritto (come tutti quelli dell'autore) e darlo finalmente alle stampe. Céline muore infatti il giorno dopo averlo terminato, il 1° luglio 1961, lasciando molti problemi testuali aperti - considerato che per lui la revisione finale avveniva in sede di copiatura in bella.
Esce in Italia la prima traduzione di Rigodon in una lingua straniera: nel 1970, da Bompiani, a cura di Ginevra Bompiani, quindi non più da allora fino al 1994, anno in cui Einaudi pubblica la cosiddetta «trilogia tedesca», di cui Rigodon è l'ultimo atto, nella Pléiade italiana, di Henri Godard gli apparati critici e di Giuseppe Guglielmi la versione. È questa appunto ripresa ora dalla stessa casa editrice per la nuova collana di classici del Novecento, le «Letture Einaudi», dove Rigodon compare in volume singolo e con introduzione di Massimo Raffaeli (pagg. 271, euro 17,00).
Il suo autore lo chiama una «divagazione attraverso un paesaggio», indicazione da cui ricaviamo il significato profondo del libro, quello di vagabondaggio più o meno insensato: del resto sia dal titolo pensato in origine, Colin-maillard (Mosca cieca), sia da quello definitivo («rigodon» è una danza che avviene sul posto, ma si dice anche per un colpo messo a segno), emerge lo spaesamento che domina nella materia narrata, viaggio - tra «quante giravolte, fermate, zigzag!...» - della coppia e del loro gatto Bébert dalla Parigi del giugno 1944 (divenuta terreno minato per un personaggio come Céline, accusato di collaborazionismo) alla Danimarca, attraverso una Germania devastata dai bombardamenti degli Alleati, Germania, appunto, bersaglio evidentemente sempre centrato.
Lo scopo del viaggio è dichiarato quasi in conclusione di libro, nel racconto dell'arrivo alla frontiera danese su un treno della Croce Rossa - uno dei tanti che cambiano negli otto o nove mesi di percorso - : «\ tutti i diritti delle mie opere così belle, all'incirca sei milioni di franchi, erano su al nord... mica alla ventura: in cassaforte e in banca... adesso lo posso dire Landsman Bank... Peter Bang Wej...». (In realtà questi diritti erano stati convertiti in oro, affidato ad un'amica, e da lei in parte speso, quindi finito nelle mani dell'avvocato che li ospiterà durante il loro soggiorno danese, durato fino al 1951: insomma di esso ai coniugi Destouches toccherà poco o nulla.)
Assolutamente disinteressato alla fedeltà ai fatti o alla cronologia - tant'è che alcune vicende di Nord, il secondo libro della trilogia, dopo Da un castello all'altro, ne precedono altre narrate in Rigodon -, Céline sceglie il sapiente gioco narrativo tra invenzione e autobiografia, tenendosi costantemente su un crinale che avvince il lettore dalla prima all'ultima pagina, sull'onda della petite musique dello stile (l'intera opera di Céline è «un'impresa di linguaggio», come scrive Godard; e di «pagina-spartito» parla qui Raffaeli): studiatissimo anch'esso sotto le apparenze di immediatezza e spontaneità, un francese sfruttato nelle sue più segrete risorse, così come appare dall'analisi degli autografi, dalle molte versioni successive (anche se non forse le 80.000 pagine che diceva fossero quelle scritte per ciascun romanzo). E tutto ciò per evitare al massimo grado ciò che chiamava «lo stile Bourget»: ordinato, piano, consequenziale, «accademico».
In Rigodon, certo, il pericolo non c'è: la scrittura, quest'opera di «seduzione» della pagina («Quando si scrive, il foglio di carta, la pagina se ne fotte... Bisogna sedurla»), scorre senza lasciare un attimo di respiro, tra digressioni e imperiosi richiami all'ordine, nella consapevolezza di quanto sia importante, per la riuscita del suo lavoro, la complicità del lettore: «Io mi perdo ancora! al fatto! Al fatto!...»; «Io divago, sto per perdervi...».
Tra scene da bolgia dantesca, il trio - «io, Lili e Bébert nel tascapane» è la dizione cento volte ripetuta - passa di apocalisse in apocalisse, in città appena incendiate dalle bombe al fosforo della Raf, tra assalti ai treni zeppi all'inverosimile («noi lì dentro, nella mucchia di ste donne baltiche \ nel loro mesci mesci di culoni, meloni, braccia e capelli... incastrati, ingrovigliati di modo che non possano mica tanto buttarci fuori... a me almeno tre cosce e un piede attorno al collo... sopra la testa...»), le attese interminabili nelle stazioni, i sonni da desti («ci sono mica solo che le sirene dei tetti, ci sono quelle del didentro, che non fanno alcun rumore, che ti tengono ben sveglio»), scampando miracolosamente alle raffiche, unendosi di volta in volta ad occasionali compagni di viaggio: e siano il vecchio italiano svanito, il pompiere, una quindicina di bambini anormali, che essi portano con sé, e salvano facendoli passare per svedesi e mettendoli su un convoglio speciale.
Indimenticabili, e stravoltamente pietose, le sue potenti descrizioni delle città in rovina, l'odore della carne bruciata, della decomposizione; i soldati morti di Hannover, ritti contro i muri delle case, inchiodati dallo spostamento d'aria delle mine; o Amburgo, la città del catrame fuso che imprigiona corpi e pezzi di corpi, novella Pompei i cui abitanti sono sorpresi dalla morte nell'atto di una fuga impossibile: «un uomo, una donna e un bambino... il bambino nel mezzo... si tengono ancora per la mano... e un cagnetto accanto...».
E tuttavia la bellezza di simili visioni da pianeta morente, che Céline, da scrittore, non può rinunciare a «vedere»: i colori delle fiamme causate dal fosforo, «fiamme a vortici, come più su... più alte... più danzanti... verdi... rosa... tra i muri... \ come dei fantasmi rosa violacei... sopra a ogni casa... migliaia di case!...»; o la bellezza delle bombe, persino: «ciò che è bello soprattutto sono le esplosioni, le bombe che vengono a schiantarvisi in giganteschi fiori verdi.. rossi e azzurri... \ dei fiori di dieci metri di larghezza... almeno... bisogna avere visto...».
Come non può rinunciare alla sua amara, tragica comicità, estrema tule di un mondo destinato a finire, esito estremo della volontà di sopravvivere.