C’è poco da fare, il biodiesel non sarà mai sufficiente

Caro Granzotto, abbia pazienza se riprendo il discorso di una mia lettera da lei precedentemente cestinata, ma, dato che il biodiesel sta diventando una realtà, forse tragica, credo che certe affermazioni, anche se fatte da illustri scienziati, si possano controbattere magari anche «a naso», come dice lei. Carlo Rubbia ha affermato su Style magazine del Corriere che in Italia ci sono un milione di ettari coltivabili dai quali si potrebbe ottenere il carburante sufficiente per i nostri 30 milioni di veicoli. Ora, fare dei calcoli «a naso» sulla possibilità che ci siano un milione di ettari «coltivabili ma non utilizzabili» non dovrebbe essere difficile: un milione di ettari in pianura, non in zone alluvionali, non all’interno di parchi naturali protetti, rispondenti insomma a tutte le caratteristiche di coltivabilità. Quindi, in base alle statistiche di consumo di carburante e alla produzione per ettaro di bioetanolo, verificare se effettivamente sarebbero sufficienti, dovrebbe essere un semplice esercizio aritmetico. Non mi cestini anche questa volta, altrimenti dovrò credere che Rubbia abbia ragione e che tutti noi italiani (da Berlusconi a Pecoraro Scanio) si sia tanto «bamba» da non accorgerci che possiamo in gran parte liberarci della schiavitù del petrolio.
Vede, caro Bellia, Carlo Rubbia è un fior di scienziato, co-premio Nobel assieme a Simon Van Der Meere per certe scoperte sui bosoni vettoriali, pensi un po’ lei. Credo che in quanto a conoscenze sulla fisica delle particelle elementari non sia secondo a nessuno, ma credo altresì che non altrettanto si possa dire delle sue conoscenze in campo agricolo. Sempre che risponda a verità, il fatto che in Italia ci sarebbe un milioncino di ettari - 10.000 chilometri quadrati, un po’ più dell’intera superficie delle Marche - coltivabili ma non utilizzati vuol dir poco. Se quella terra non è coltivata una ragione ci deve essere e la prima che viene in mente è che così com’è non conviene coltivarla. Magari per mancanza di fonti d’acqua necessaria all’irrigazione o perché di natura sassosa o limosa o troppo umida, vai a sapere. Per renderla produttiva occorrerebbe dunque investire forti somme di danaro e, una volta sistemata, altro danaro per i trattori (considerando che nella migliore delle ipotesi una macchina agricola «lavora» 20 ettari, ne servirebbero 50mila. Un trattore medio costa sui 50mila euro, una mietitrebbia 150mila. Faccia il conto) e per la manodopera.
Una volta messo a coltura quel milione di ettari non è poi che ad ogni raccolta si pigia la soia, la colza, i girasoli o le pannocchie ed esce il biodiesel già bell’e pronto per l’uso. Ci vogliono impianti biopetrolchimici che, attraverso il processo (chimico) chiamato di transesterficazione, trasformino l’olio vegetale in biocombustibile. Detto questo, il biodiesel è sicuramente una gran cosa (non nuova: il primo modello di motore ideato da Rudolf Diesel, siamo nel 1893, funzionava appunto a carburante di origine vegetale), ma nemmeno utilizzando l’intero milione di ettari cui si riferiva Rubbia potrebbe, come si va allegramente dicendo, sopperire al fabbisogno surrogando quello di benzina e gasolio di origine fossile. Perfino negli Stati Uniti, che pure di terra ne hanno, ce n’è abbastanza per rifornire tutte le auto e i camion circolanti. In quanto all’Italia, tenendo conto che la resa di vegetale da biodiesel è di 800 chilogrammi per ettaro, che la nostra superficie agricola utile è di 13 milioni di ettari, che il nostro parco macchine si aggira sui 34 milioni di automezzi il cui consumo medio è di mille chili di carburante all’anno, ne risulta che anche se l’intera produzione dell’intera superficie agricola utile si trasformasse in altrettanto biodiesel (10 milioni e 400mila tonnellate) esso non basterebbe a soddisfare la richiesta che è, giustappunto, di 34 milioni di tonnellate. E non c’è Nobel che tenga.