Cabianca, il vero in piena luce

L’artista veronese, formatosi prima a Milano e poi a Firenze, protagonista di una mostra antologica ad Orvieto

La luce, il sole, il verde dei prati, la neve. E poi, le rustiche atmosfere, monelli affacciati a muretti e donne che passeggiano, contadini e monache. Nessuno li ha dipinti bene come Vincenzo Cabianca, protagonista di una bella e ricca retrospettiva (a Orvieto e poi a Firenze). Ci voleva un’esperta della «macchia» come Francesca Dini per far uscire da collezioni private e musei una sessantina di opere dell’artista veronese, passato da una pittura quasi settecentesca alla «macchia» per arrivare a immagini fatte solo di luce. E confrontarle con quelle dei colleghi macchiaioli.
Molti i capolavori di Cabianca, come l’inedita Vendemmia in Toscana (o L’uva malata) del 1854, con il contadino che mostra ai padroni l’uva con la fillossera, una tela che ha il fascino realistico del tardo Settecento. O il pastello con le Nevi romane del 1893. Cabianca è un grande macchiaiolo, ma non solo. Nato a Verona nel 1827, si forma presso Giovanni Caliari, erede della tradizione veneta del Settecento. Coinvolto nei moti del 1848, ripara a Milano, dove subisce l’influenza di Domenico Induno. Giunto a Firenze nel 1853, diventa amico dei pittori del Caffè Michelangelo, che lo criticano bonariamente per la sua pittura di genere «ricamata» e «con dei biaccolini e polpettine di colore». Eppure sono proprio queste tele degli anni 1850-1860 (Il legionario napoleonico, L’addio, La fidanzata del garibaldino) a rivelare le doti del pittore. Un dipinto come L’abbandonata, del 1858, con il fascio di luce che colpisce il cuscino su cui posa una giovane donna, era il tramite per giungere a una vera pittura di «macchia», come avrebbe riconosciuto il critico e amico Diego Martelli.
Con Signorini e Banti, Cabianca studia la pittura dal vero, resa attraverso forti contrasti di chiaroscuro. Affronta i temi del paesaggio, della vita contadina e quotidiana, girando nella campagna toscana di Montemurlo o nel Golfo di La Spezia. Sono i primi anni Sessanta dell’Ottocento, della sperimentazione entusiasta, che faceva andare in visibilio il manipolo macchiaiolo, di fronte a un candido bucato svolazzante all’aria aperta, contro il verde scuro dei prati: «Guarda la bellezza di quel bianco sul fondo, guarda il tono delle ruote sul bianco della strada» si dicevano. I risultati per Cabianca sono piccole tele, create con macchie di colore contrastanti, ben diverse dalle precedenti, più costruite col disegno. Opere scintillanti di luce, spaccati di vita contadina, pezzi di campagna come la bella serie in mostra (L’interno di un castello a La Spezia, Rovine a Portovenere, Le acquaiole di La Spezia, Giovani pescatori, Contadina a Montemurlo e tanti altri). La tela con Marmi a Carrara Marina, del 1861, una visione della costa tirrenica, con bianchi blocchi di marmo, dimenticata da un secolo, riemerge da una collezione privata.
Nel 1861 Cabianca va a Parigi con Banti e Signorini per aggiornarsi sulla pittura francese, in particolare su paesaggisti come Corot e sui pittori di Barbizon. La tavolozza si schiarisce e si illumina ulteriormente. Al ritorno, a Firenze, partecipa alla svolta delle scuole di Castiglioncello e Piagentina, caratterizzate da una luminosità tersa e da un tonalismo acceso. I piccoli formati dei dipinti ricordano le predelle delle tavole quattrocentesche. Le monachine (o Il mattino) ad esempio, firmato e datato 1862, è un quadro sintetico, ma bellissimo: in una mattina di vento e di sole, le monache con le loro cuffie bianche inamidate sostano nel cortile di un convento affacciato sul mare. In questi anni d’oro della «macchia» Cabianca crea suggestive immagini: orti di Piagentina, strade di Settignano, cipressi di Poggio Imperiale, pinete e canali della Maremma. Sembra quasi di percepirne l’odore, salmastro o di fieno.

LA MOSTRA
«Cabianca e la civiltà dei Macchiaioli», Orvieto, Palazzo Coelli, sino all’1 luglio. Orario: tutti i giorni 10-13 e 14-19. Info: 0763393835-219752. Dal 12 luglio al 14 ottobre a Firenze, Villa Bardini. Orari: luglio e agosto 8,15-19.30; settembre e ottobre 8,15-18.30 (chiuso il primo e l’ultimo lunedì del mese). Info: 0552654321. Catalogo Pagliai Polistampa.