Caccia a chi «scarica» dal web Interviene il Garante della privacy

da Milano

I tedeschi, si sa, sono ostinati e sistematici. Ne hanno avuto una prova tangibile, nelle scorse settimane, i 3.636 italiani appassionati di musica e internet che hanno ricevuto altrettante raccomandate dallo studio legale Mahlknecht & Rottensteiner di Bolzano, rappresentante legale della Peppermint Jam Records di Hannover. Il minaccioso contenuto della missiva si può riassumere così: «Pagate 330 euro e la casa discografica eviterà di denunciarvi per aver scaricato via internet suoi brani musicali coperti da copyright». La rivendicazione ha aperto un vasto dibattito, provocando anche l'intervento del Garante della privacy. Il «caso Peppermint», ha scatenato il dibattito nel mondo legale e tra i fan del «file sharing», cioè la libera condivisione via web di software, musica e film. Un hobby che accomuna praticamente l’intero popolo della rete. «Sono 180 milioni al giorno - dice Michele Ficara Manganelli, presidente di Assodigitale, associazione delle industrie italiane del settore - i video cliccati ogni giorno su internet». Scaricare i brani ci crea un grave danno economico - aveva detto Wolfang Sick, amministratore delegato di Peppermint, annunciando la caccia ai “ladri” di canzoni - attraverso queste azioni legali vogliamo solo che la gente si renda conto che scaricare musica è illegale». A dire la verità però, le azioni legali dei teutonici sono tutt’altro che didattiche. Se tutti gli utenti aderissero alla transazione per evitare processo e multe di migliaia di euro, la società incasserebbe oltre un milione di euro. «C'è poco da fare - dice Ficara Manganelli - ormai tutti dovrebbero sapere che scaricare file con il P2P è illegale. E impedisce all’industria digitale italiana di svilupparsi». Ma c'è un altro aspetto della faccenda che fa discutere. La Peppermint avrebbe fatto ricorso a un’intrusiva indagine informatica per rintracciare gli indirizzi Ip (i numeri che identificano ciascun computer collegato in rete) di chi ha scaricato, attraverso la svizzera Logistep, società che usa un software in grado di tracciare chi usa programmi di file sharing. I nomi corrispondenti agli Ip sono poi stati forniti da Telecom su ingiunzione del tribunale di Roma. Ed ecco le raccomandate. Contro le quali Fiorello Cortiana, ex senatore verde e ora componente del comitato per la governance di internet del ministero dell'Innovazione, ha lanciato una vera e propria crociata: «È importante - spiega - che si comprendano tutte le implicazioni di questo caso. Innanzitutto altre case discografiche potrebbero seguire l'esempio. E chiedere denaro anche per brani che se non fossero circolati gratis in internet non sarebbero mai stati venduti. E chi non ha un figlio che ha scaricato? E poi bisogna chiedersi se è ammissibile che privati facciano indagini informatiche che per la legge italiana sono pari alle intercettazioni». Il Garante della privacy ha accolto l'appello di Cortiana e delle associazioni di consumatori, annunciando che si costituirà in giudizio nelle cause intentate da Peppermint «per verificare se nella vicenda siano stati rispettati tutti i diritti di protezione dei dati personali».