A caccia di formule per sbirciare l’agenda del Creatore

Ma i numeri li hanno inventati gli uomini? No. Almeno secondo il timido protagonista del bestseller giapponese di Yoko Ogawa: La formula del professore (appena arrivato in Italia per i tipi del Saggiatore, pagg. 200, euro 15, traduttore Mimma De Petra). I numeri sono lì da prima degli esseri umani, andare a caccia dei loro segreti legami è un po’ come sbirciare nell’agenda di Dio. Nei numeri è racchiuso un segreto, la musica che suona, in silenzio, il Creatore dell’universo.
E questa percezione quasi cartesiana è tutto ciò che è rimasto all’anziano matematico che per l’intero romanzo ci viene presentato solo come «il Professore». Un incidente ha compromesso la sua memoria, ricorda tutto solo per ottanta minuti. Fissati nella memoria gli restano solo miriadi di formule e gli eventi precedenti agli anni Settanta. Eppure i numeri, la capacità di scorgere attraverso le cifre l’armonia del mondo, gli evitano di impazzire quando, ogni mattina, scopre da uno dei tanti biglietti che si è appeso sulla giacca che: «La mia memoria dura solo ottanta minuti». Non piange, non si dispera, si limita, ogni volta, a riscoprire il mondo, armato di calcolo e di amorevole logica. Ma, soprattutto, della tranquillità che dà la capacità di leggere l’equilibrio nelle cose a partire dal loro essere numerabili. Così la sua governante che gli è ogni mattina perfettamente sconosciuta, gli è simpatica e gli infonde fiducia perché ha il 24 come numero di scarpa, un numero che è simbolo di solidità. E il figlio di lei, a cui trasmette tutto lo scibile possibile, gli è ancora più amabile, perché ha una bella testona piatta che ricorda una radice quadrata.
Vaneggiamenti di un pazzo? Eppure il suo talento ad assimilare numeri e persone non sbaglia, la capacità di raccontare teoremi come poesie gli riavvicina gli altri esseri umani, quegli esseri umani che in Giappone, più che altrove, hanno la tendenza a sfuggire il prossimo. Soprattutto se strano, coperto di foglietti, malato. Così la governante e il piccolo Ruto (in giapponese vuol dire «radice quadrata») gli resteranno vicini anche quando la sua memoria inizierà a durare sempre meno e la sua mente a spegnersi del tutto.
Si perché la Ogawa, scrittrice realmente talentuosa, evita lo scontato lieto fine. Anche il più geniale intelletto umano non può che spegnersi. Ma può farlo amando l’armonia dell’esistenza, anche se comprendendone frammenti sempre più piccoli. In ciò è il fascino di questo personaggio che trasforma i numeri in mistica.