Cacciari: "Processare la cultura? No, l’Università"

Dopo la provocazione di Luca Doninelli, il filosofo-sindaco riflette
sullo stato intellettuale del nostro Paese: studi umanistici fiorenti,
scienze in affanno e un mondo accademico da rifondare. Senza troppe
esterofilie

Massimo Cacciari è uno dei più importanti filosofi italiani e sindaco di Venezia, città d’arte per eccellenza. Abbiamo chiesto il suo parere sulla necessità di istituire un «processo alla cultura», come proposto da Luca Doninelli sul Giornale di ieri. E sulla capacità degli intellettuali italiani di rinnovarsi e di ripensare se stessi.

Professor Cacciari in Francia il dibattito sulla cultura è molto forte. Qui da noi l’impressione è che langua...
«Io non trovo. Non lasciamoci prendere dalla solita esterofilia. La sua è un’impressione sballata. In Italia si discute e si ripensa la cultura tanto quanto avviene negli altri Paesi. Poi cultura... Non è il caso di mettersi a fare i soliti discorsi generici... ».

Allora nello specifico: in Francia intellettuali come Marc Fumaroli e Laurent Lafforgue sono intervenuti a invocare con forza il cambiamento. Da noi succede?
«Conosco bene il lavoro di Fumaroli che è un grande storico della cultura e del pensiero. Non mi sembra però che dica cose così diverse da quelle che si dicono qui... Poi si sa che l’erba del vicino è sempre più verde. Guardi, un intellettuale come Settis... È intervenuto un sacco di volte negli ultimi mesi sulla questione dei beni culturali. Non mi sembra che Andrea Carandini sia da meno... La polemica sulla necessità di rinnovare la cultura c’è. Soprattutto sui beni culturali che sono la vera questione. Abbiamo uno dei patrimoni più grandi del mondo... Gestirlo è difficilissimo, richiede mezzi enormi questo è il vero problema».

Mi sta dicendo che lo stato di salute della nostra cultura è buono e che i nostri intellettuali sono capaci di guardarsi allo specchio?
«Io sono uno che non ama i discorsi generici e la parola cultura usata così definisce poco... Ma senta, non mi sembra sia il caso di farsi complessi, di essere vittime di estrofilie d’accatto. La situazione cambia da settore a settore. Noi abbiamo un ritardo grave sul versante tecnico-scientifico. Quello su cui si parla sempre di fuga dei cervelli. Lì il problema è che siamo in un Paese a capitalismo debole, le aziende non hanno la forza di investire nella ricerca e i fondi statali sono quello che sono. Lì sì sarebbe necessaria una razionalizzazione e mi sembra che se ne parli e se ne discuta. Per quanto riguarda il settore umanistico, invece, abbiamo eccellenze assolute, non dobbiamo avere invidia di nessuno. Abbiamo dei grandissimi umanisti, questo tipo di studi funzionano perché necessitano di molti meno fondi. Pensi soltanto a Canfora, tra gli antichisti».

Il nostro mercato librario però è piuttosto ristretto, gli editori se ne lamentano. E la saggistica di qualità vende pochissimo...
«Ma vada a vedere il mercato editoriale degli altri Paesi... È difficile che la saggistica vada bene. Noi abbiamo un’editoria umanistica invidiabile. Le faccio un esempio: pensi al livello qualitativo della collana filosofica di Bompiani curata da Giovanni Reale. Testi di valore, curatissimi e a un prezzo più che accessibile. All’estero per leggere un classico a volte si devono sborsare centinaia di euro».

Parliamo di università, di riforme.
«Quali riforme? Le riforme sono tutte da fare».

Se le dico «valore legale del titolo di studio»?
«Da anni dico che il valore legale dei titoli di studio va abbandonato. Abolirlo crea competitività fra gli atenei e aiuta ad attrarre gli investimenti verso i poli d’eccellenza... Certo, poi bisogna mantenere tutta una serie di controlli sul livello dell’insegnamento, sul che cosa si insegna. Serve un quadro normativo chiaro, non si può permettere che qualcuno vada in cattedra a raccontare La vispa Teresa... Ma in ogni caso, una volta mantenute norme e regole, l’eliminazione del valore legale si trasformerebbe in un’importante molla di rilancio. Il resto sono discussioni al livello del grembiulino...».

Favorevole o contrario alla trasformazione delle università in fondazioni?
«Favorevole. In un quadro normativo chiaro, che fissi le regole è garantisca un controllo pubblico adeguato, credo che favorirebbe gli investimenti dei privati. Soprattutto per l’ambito scientifico che ne ha più bisogno».

Queste però sono proprio le cose contro cui gli studenti protestano e vanno in piazza...
«Tutto dipende da come viene presentata la questione, dalla comunicazione. Se viene percepita come una mera privatizzazione... Se non viene spiegata la necessità di cambiamento, e si fa passare come unico messaggio quello del taglio delle spese è ovvio che gli studenti si incazzino... Bisogna insistere sulle opportunità che si andrebbero a creare, gli studenti intelligenti capirebbero. Poi quelli che protestano comunque ci sono sempre».

E che mi dice dei festival letterari e filosofici? Non sono troppi?
«I festival non sono mica una brutta cosa, non farei tanto lo schizzinoso... Poi ci sono delle manifestazioni di alto livello come il Festivaletteratura di Mantova. Ci sono miei colleghi stranieri che quando vengono a parlare di Platone e si trovano su una piazza gremita da migliaia di persone strabuzzano gli occhi. Per la stessa conferenza a casa loro ci sarebbero si è no trenta persone».