Calciatori e attori di provincia? Paghiamo noi le loro pensioni

Lo Stato copre per quasi 95 milioni di euro le prestazioni previdenziali
di sportivi e lavoratori dello spettacolo. Altri 27,5 miliardi per puro
assistenzialismo all’Inps

Le pensioni dei peones del calcio, quelli che calcano i campi di quella che una volta si chiamava Serie C, e quelle degli attori e dei musicisti che bazzicano teatri «off» di provincia? Le paghiamo anche noi. Lo Stato con le sue entrate finanzia numerose prestazioni previdenziali tra le quali anche una quota parte dei trattamenti dell’Enpals, l’ente previdenziale per lo spettacolo e lo sport.

Lo rivela il bilancio di previsione del ministero del Lavoro che assegna all’Enpals 94,5 milioni. Dal budget di questo istituto, invece, si può desumere che 304.710 euro andranno al Fondo sportivi professionisti, tra i quali i calciatori, e la restante parte dello stanziamento ai lavoratori dello spettacolo e alla varie forme di decontribuzione.

Se l’Enpals grazie ai maxistipendi di star come Nesta, Gattuso, del Piero e Pazzini può chiudere i propri bilanci in attivo bisogna domandarsi che cosa sarebbe l’Inps senza i 90 miliardi di trasferimenti dello Stato? Un pozzo senza fondo perché sono proprio quelle risorse a garantire l’equilibrio economico dell’istituto di previdenza. Nel preconsuntivo 2011 dell’ente guidato da Antonio Mastrapasqua la realtà è spiegata nel dettaglio. Per 62 miliardi di euro si vanno a coprire oneri pensioni pensionistici, con 9,5 miliardi circa si coprono le forme di integrazione salariale, mentre altri 3,5 miliardi sono destinati agli assegni familiari. Circa 16 miliardi, infine, sono dedicati agli sgravi fiscali e contributivi. Il nome di questo «motore» che garantisce dinamismo ai conti dell’Inps è Gias, un acronimo che indica la «Gestione degli interventi assistenziali e di sostegno alle gestioni previdenziali».
Nei bilanci dei ministeri si può osservare specularmente il fenomeno?

Sì. E, in un certo senso, anche meglio perché, sebbene diluite tra Economia e Lavoro, quelle risorse si ritrovano più o meno tutte e con l’indicazione della loro specifica destinazione. Un rendiconto che consente di distinguere due diverse facce dello Stato. Da un lato l’organismo che spende per aiutare coloro che hanno veramente necessità e per sostenere le imprese che creano lavoro. Dall’altro lato, un colossale ente benefico che utilizza l’assistenzialismo come forma di mantenimento della pace sociale.
Inutile girarci attorno. Ci sono 27,5 miliardi di euro nel budget del Lavoro che sono vero e proprio assistenzialismo d’antan. In particolare i 17,2 miliardi delle «quote di mensilità di pensione e di sostegno alle gestioni previdenziali». Un obbligo derivante dalla riforma dell’Inps e dell’Inail del 1989 che assegnò allo Stato il compito di finanziare quota parte del fondo pensioni lavoratori dipendenti, delle gestioni dei lavoratori autonomi, la gestione speciale dei minatori. Colpa della Finanziaria del 1988, approvata in ritardo nel marzo dello stesso anno causa debolezza endemica del «governicchio» Goria.

Ai cittadini tocca riequilibrare e farsi carico pure degli oneri pensionistici di coltivatori diretti, mezzadri e coloni anteriori al 1989: una voce da 3 miliardi di euro che tappa i buchi di una particolare categoria soggetta a una discontinuità contributiva endemica causa lavoro nero, stagionale e via discorrendo. Altri 1,6 miliardi vanno a coprire i pensionamenti anticipati, mentre con 4,5 miliardi si sostengono le pensioni di invalidità erogate prima della riforma del 1984. Infine 1,2 miliardi vanno alla rivalutazione delle pensioni d’annata, una sorta di «scala mobile» applicata ai trattamenti pensionistici degli anni ’70-’80 e precedenti che hanno sofferto l’erosione dovuta agli elevati tassi di inflazione di quel periodo. A questo complesso devono poi essere aggiunti gli 1,2 miliardi di finanziamento statale al Fondo ex-Inpdai dell’Inps, la gestione dell’ente per i dirigenti d'azienda soppresso nel 2003. Altri 874 milioni sono costituiti da anticipi per il fabbisogno Inps.
Questa «macchina» si muove gratis? No. Il ministero copre anche le spese di funzionamento del Gias che nel 2011 sono stimate in circa 395 milioni.

E così brucia una parte degli 1,8 miliardi di contributi che vengono dal finanziamento privato della cassa integrazione e della mobilità. Altri 16,7 miliardi vanno alle pensioni di invalidità civile sperando che la riforma Brunetta con l’intensificazione dei controlli eviti forme di spreco come quelle che si sono verificate in alcune aree del Mezzogiorno.

Discorso diverso, invece, per gli oltre 12,7 miliardi di sgravi contributivi. Non sono uno sperpero perché compensano l’Inps dei mancati introiti legati agli incentivi. Forse varrebbe la pena ragionare sulla possibilità di passare dal regime di decontribuzione all’abbassamento della pressione fiscale. La palla passa a Tremonti e Sacconi. Chissà se faranno gol.