Calcio e politica La Primavera araba è andata nel pallone

Ogni fazione, di regime o rivoluzionaria, è legata a una squadra e sostenuta dai tifosi negli scontri

Il labirinto interiore è separato da quello esteriore attraverso la pelle, ma ci sono persone che hanno nell’epidermide la loro parte più profonda. È il caso del portiere della nazionale di calcio siriana Kawa Hesso, che il 23 luglio è stato protagonista del trionfo sul Tagikistan in una gara valida per le qualificazioni ai mondiali del 2014 in Brasile, e una settimana dopo, armi in pugno, ha partecipato alla mattanza nella città di Hama, dove anche ieri si è sparato, uccidendo probabilmente anche chi aveva esultato per le sue gesta sportive.

Sul medesimo campo di battaglia, ma dalla parte dei rivoltosi, c’era il collega di ruolo e di nazionale Mosab Balhous, arrestato martedì con l’accusa di aver sostenuto gruppi di milizie armate presenti in città.

Sono le due facce della medaglia della Primavera araba che è andata nel pallone. Gli intrecci tra sport e politica a quelle latitudini non solo sono tangibili, ma spesso diventano il filo conduttore di una sommossa che si allarga a macchia d’olio. Kawa gioca per l’Al-Jaish di Damasco, la squadra dell’esercito sotto il controllo diretto di Bashar al Assad. Mosab era invece tesserato per l’Al Karamah, i cui tifosi erano scesi in piazza lo scorso febbraio per manifestare contro il regime.

Ultras in opposizione al monopolio delle violenze di chi vorrebbe cancellare la memoria storica e impedire il sogno di un futuro diverso. Non è un mistero che i primi a presidiare piazza Tahrir al Cairo siano stati i tifosi dell’Al Ahly, la squadra dell’Egitto operaio. Scontrandosi per le strade con quelli dello Zamalek, club del ricco quartiere omonimo legato a Mubarak. La sfera di cuoio in Maghreb e medioriente ha doppia valenza un po’ ovunque. In Libia l’Al Ahly di Tripoli è diventata una sorta di battaglione degli ammutinati.

L’allenatore Abdel bin Issa e i suoi giocatori hanno sposato il 25 giugno la causa dei ribelli. Tutto questo mentre i tifosi dell’Al Ittihad, di proprietà di Al Saadi Gheddafi (ex calciatore, mediocre, di Perugia, Udinese e Sampdoria), si fanno ancora immortalare per le strade di Tripoli inneggianti al Muhammar con striscioni, bandiere e gigantografie del rais. Un po’ come accadeva a Baghdad quando nel corso della seconda guerra del Golfo americani avanzavano e Saddam chiamava a raccolta i fan dell’Al Rasheed, squadra dell’esercito e della sua famiglia. Dopo la caduta del tiranno il club è retrocesso senza lacrime dei nostalgici. Lotte fratricide simili a quelle palestinesi quando in campo si sfidano il Khadamat al Shatea, controllato da Al Fatah, e il Jamaeh Rafah, schierato con Hamas. In Iran la compagine di calcio più amata e odiata al tempo stesso è l’Esteghlal di Tehran, se non altro perché Ahmadinejad ne è il più illustre sostenitore. Dall’altra parte della barricata c’è invece il Zob Ahan di Isfahan (340 km a sud della capitale), «adottata» dagli oppositori del regime perché i giocatori indossano la casacca verde. Lo stesso colore dell’Onda guidata da Hossein Moussavi e Mehdi Karroubi.

In Libano il contesto sportivo è invece molto più lineare. Sono tre i club di Beirut a spartirsi i trionfi, quasi da buoni fratelli: l’Al Ahed, finanziato dagli Hezbollah, l’Al Ansar, di proprietà del primo ministro Saad Hariri e sovvenzionato in passato dal defunto padre Rafiq, e il Safa, con tanto di benedizione del leader dei socialisti progressisti Walid Jumblatt. Raggelante invece il caso del Sudan. Dove il calcio vive sul dualismo imposto dai Signori della guerra, indultati nel loro paese senza aver deposto le pistole sui tavoli del potere giudiziario. Gli scudetti finiscono salomonicamente nelle bacheche dell’Al Hilal e dell’Al Merreikh, associazioni sportive che di fatto risultano perfette come coperture per il riciclaggio di denaro dei tanti traffici. Le avversarie, una dozzina di formazioni, sono semplici comparse imbevute al massimo di spirito decoubertiano.