Il calcio italiano arriva ultimo anche nei fischi ai Balotelli

Sette milioni di italiani hanno visto, in tivvù, gli azzurri contro i rumeni. Cento italiani hanno ululato, fischiato e insultato Balotelli e Ledesma dalle tribunette dello stadio di Klagenfurt. Quale è la notizia? Elementare, l’imbecille merita il titolo e il sommario, il commento e la censura, altrimenti non avrebbe spazio e modo per farsi riconoscere prima di ritornare nel letame. Il calcio globale, multietnico, ecumenico, fa i conti con l’ignoranza e l’inciviltà, problema attuale dalle nostre parti e in zone geografiche latine, anche in Portogallo vengono registrate e filmate scene da suburra. L’uomo nero non mette paura, l’uomo nero va spernacchiato, insultato, aggredito ma se è utile, come Howe o la May in atletica leggera, allora viva l’Italia.
Il calcio ha la pancia grossa e greve, ragiona con questa e non con la testa. In Inghilterra il fenomeno è stato assorbito dopo alcune intemperanze iniziali, il debutto in nazionale del primo calciatore di colore, Viv Anderson, venne accompagnato da ululati e banane gonfiabili agitate nel vento di Wembley, la cosa fu ripetuta con John Barnes che rispose con una sonora risata, suo padre, Ken, era colonnello dell’esercito di Giamaica ricevuto anche a Buckingham Palace. Da allora le teste calde del Front National hanno indirizzato i loro berci altrove, la nazionale è piena di coloured o assimilati e l’isola della regina si avvia, secondo l’Istituto nazionale britannico di statistica, ad avere più abitanti di razza nera che bianca, 2066 la data del previsto sorpasso visto che ogni anno entrano in Gran Bretagna 180mila immigrati soprattutto di colore. Il problema della nazionale multietnica insomma non esiste più ma, come nota di cronaca, aggiungo che era rarissimo, se non impossibile, trovare qualche nero tra gli hooligans.
Come l’Inghilterra, carica di colonie, anche la Francia ha saputo leggere e comprendere il fenomeno dell’immigrazione. Nel 1931 Raoul Diagne fu il primo “coq” di colore della nazionale francese. Era di origine africana (Guyana e Senegal), dopo di lui il diluvio, cominciato con Marius Tresor, libero e capitano della nazionale di Platini che però uscì dal giro dei Bleus proprio alla vigilia del vittorioso europeo del ’94, fino alla generazione che ha portato la Francia a trionfare ancora nel mondiale del ’98 e nell’europeo del 2000 grazie anche ai gol di ragazzi di pelle nera, da Henry a Thuram per citare i più famosi, comunque insultati anche in quella terra dal lepenismo più sciocco, da una forma di chauvinismo inutile e contradditorio anche contro algerini e spagnoli (Zidane, Fernandez). La Germania ne è l’esempio più lucido, l’arrivo di calciatori di colore nella nationalmannschaft, oltre all’innesto di tedeschi di seconda e terza generazione (Ozil e Khedira, dopo Podolski e Klose, turchi e polacchi) ha fatto marameo a un passato storico vergognoso.
La Spagna e l’Italia restano isole con una cronaca particolare. Vicente Engonga, nato a Barcellona ma di famiglia africana della Guinea, è stata la prima “furia rossa” di pelle nera; poi Marcos Senna, brasiliano naturalizzato spagnolo, ha fatto parte della squadra campione d’Europa 2008. La Svizzera è un paese di quattro cantoni anche nel football, dicono a Zurigo che ci sarebbe bisogno di un traduttore per unire le lingue diverse degli uomini a disposizione di Ottmar Hitzfeld. Resta l’Italia con i cori idioti, gli ultras che fanno il giro d’Europa con i loro striscioni, gli insulti e le minacce. Liverani è stato il primo ragazzo di colore della nazionale italiana (Ferrari e Santacroce nelle rappresentative minori) ma abbiamo vinto titoli mondiali con gli oriundi, da Monti (Luisito) a Orsi (Mumo da Raiumundo) a Camoranesi, e in quel caso i razzisti si scaldavano le mani per gli applausi e non la lingua con gli insulti, così come non vedo e non sento allergie nei confronti dei piloti stranieri della Ferrari.
Il mondo calcio vive il suo volgare malessere fuori dal tempo e dalle regole di educazione civica. «Ieri ero molto deluso, ma da solo non posso fare nulla. È gente stupida, ma sono sicuro che se uno di quei cento lo intrassi da solo mi chiederebbe l’autografo...», ha osservato Supermario. Mi auguro che, dopo Balotelli e Ledesma, possa toccare anche a Zarate. Nel senso della convocazione in azzurro, non dell’insulto. E propongo anche un album di figurine con le facce e i dati biografici dei cento eroi di Klagenfurt.