La Calcutta del 1919 tra oppio, morti e rivolte

Matteo Sacchi

Diciamolo subito: in L'uomo di Calcutta (SEM) di Abir Mukherjee c'è un delitto, anzi più d'uno. Ma questo potrebbe anche non interessarci. È più interessante che nel libro ci sia la Calcutta del 1919. E capire qualcosa della Calcutta del 1919 consente di capire molto dell'Inghilterra di ieri e di oggi, dell'India di ieri e di oggi, e del colonialismo.

Calcutta come intuisce quasi subito il protagonista del romanzo, il capitano di polizia Wyndham, è un posto sospeso, un gigantesco non luogo. La città pullula di bengalesi ma non è davvero una città indiana, perché hanno costruito tutto i colonizzatori. E nel farlo si sono lasciati prendere da un gigantismo folle: «Tutto ciò che avevano costruito lì era in stile classico e più grande del necessario... Era l'architettura dei dominatori... I palazzi palladiani, con colonne e frontoni, le statue di uomini in toga morti da secoli, le iscrizioni latine ovunque, persino nei bagni pubblici... uno straniero avrebbe pensato che Calcutta fosse stata colonizzata dagli italiani, non dagli inglesi». E dentro la città tutti sono fuori posto. Gli inglesi sostengono di essere lì per «democratizzare» gli indiani, ma poi nei loro club scrivono: «vietato l'ingresso ai cani e agli indiani». Gli indiani (che poi sono bengalesi, punjabi, sikh...) sono stufi dei loro colonizzatori, dei loro club e dei loro cartelli: «In 150 anni gli inglesi hanno compiuto cose che noi non siamo riusciti a fare in 4mila. Per esempio non siamo mai riusciti a insegnare ai cani a leggere i cartelli». E i sangue misto, come la giovane segretaria Annie coinvolta nelle indagini? Indipendenza dell'India o dipendenza dall'Inghilterra poco cambia: i sangue misto resteranno sempre paria...

Sì, c'è un'inchiesta ben congegnata nel romanzo (che è l'inizio di una trilogia) e non è un caso se l'assistente del governatore, Alexander MacAuley, è morto con la gola tagliata. Ma seguendo il capitano Wyndham, reduce di guerra a cui non è rimasto molto tranne la morfina, farete un viaggio alle origini, non felici, del melting pot contemporaneo. Del resto l'autore, di origini indiane ma cresciuto in Scozia, la complessità dell'integrazione la conosce tutta. E la mette in scena di continuo, come nella meravigliosa conversazione tra un giovane poliziotto indiano che parla come a Oxford e un vecchio fochista di locomotiva inglese che parla solo cockney... Non si capiscono, ma chi è il più british?