Come cambiare il jazz a ritmo di Blue Note

La Blue Note, la casa discografica più famosa della storia del jazz (quale appassionato non ha amato quell’etichetta che avrebbe dovuto essere blu e rossa e uscì rosa e nera per un errore tipografico?), nel mondo multiculturale dell’America anni ’30 fu fondata da due tedeschi. Alfred Lion (fallito pescatore di aragoste in Cile), prima di migrare a New York, imparò ad amare il vero ragtime di Albert Ammons e Art Tatum e il jazz da rivista dei Chocolate Dandies a Berlino, mentre Francis Wolff, fotografo professionista, arrivò a New York quando «l’impresa» era già avviata, a bordo dell’ultima nave che lasciò la Germania nazista prima del disastro.
Richard Cook nel suo libro Blue Note Records. La biografia (minimumfax) racconta l’avventura di questi due personaggi e il modo in cui hanno cambiato il corso del jazz con un metodo che i discografici di oggi - sempre a caccia di «nuove» tendenze - dovrebbero imparare: pubblicare la musica che piaceva a loro. Il motto era: le aziende non hanno una loro mistica, le etichette discografiche sì.
Così Lion nel 1939 riportò al successo, «dando ritmo all’intero futuro della Blue Note» il blues pianistico e soprattutto le scorribande boogie woogie di Albert Ammons e Meade Lux Lewis, passate di moda dalla fine degli anni Venti (tra cui quella Honky Tonk Train Blues che 40 anni dopo divenne un successo come sigla di Odeon) e poi di James P. Johnson. Si può dire che Lion abbia inventato la seduta di incisione moderna (tra l’altro spesso faceva incidere gli artisti alle 4 del mattino, quando finivano di suonare nei club) e, con i suoi 78 giri così particolari, conquistò l’ammirazione di associazioni come gli United Hot Clubs of America e di artisti famosi. Una sera, ricorda Lion: «Trovammo Billie Holiday che urlava per entrare. Probabilmente sarei riuscito a farla incidere quella notte ma già riuscivo a malapena a star dietro a quello che cercavo di fare». Così si perde una star ma si guadagna in credibilità.
Lion e Wolff furono pionieri della «nuova musica» anche quando la muova musica aveva invaso il mercato e sembrava non si potesse andare oltre. Quando arrivarono loro infatti la rivoluzione anarchica del bebop era in pieno svolgimento; Charlie Parker aveva già inciso per Dial e Savoy (che seguì la stessa strada della Blue Note), Dizzy Gillespie per la Rca e sul mercato c’erano Dexter Gordon, Serge Chaloff e molti altri, ma nessuno aveva pensato alla disturbata genialità del piano di Thelonius Monk, che inaugurò la sua carriera grazie all’etichetta il 15 ottobre 1947, quando ancora era considerato un eccentrico, se non un matto, anche nell’ambiente anticonvenzionale del bebop, grazie a composizioni-puzzle che spiazzavano tutti (da Thelonius a Crepuscule With Nellie c’è un repertorio sterminato). Quella fu la svolta epocale della Blue Note; un jazz legato alla tradizione ma che teneva le distanze dal jazz contemporaneo e viveva «in un mondo parallelo a quello del bop». Naturalmente pubblicò anche dischi di bop: indimenticabili quelli di Tadd Dameron, Fats Navarro, Bud Powell. Se Monk era imprevedibile, Powell era seriamente disturbato. Registrare Powell era un’impresa e spesso Lion lo teneva a dormire a casa sua per controllarlo. Una sera ad esempio il gatto di Lion fece un balzo sul tavolo e Powell perse la testa cercando di ucciderlo con un coltellaccio. Pochi mesi dopo fu rinchiuso in una clinica per 17 mesi e la sua carriera finì.
I dischi della Blue Note all’epoca non erano fatti per diventare hit ma per rimanere nella storia come Eric Dolphy e Miles Davis; non smettendo al tempo stesso di lavorare con artisti legati alle radici come Sidney Bechet. Per questo non si buttarono sugli artisti di moda ma su personaggi come Gil Mellé, sassofonista picaresco e bohémien, ex marines che disegnò le prime copertine artistiche della Blue Note quando la grafica nel jazz era ancora lontana anni luce, perché Lion e Wolff furono anche «mecenati delle loro arti» alludendo al Bauhaus e arruolando artisti come John Hermansader e Paul Bacon.
Parlando della Blue Note si rischia di fare un elenco di artisti, ma quello che meglio rappresenta la sua storia è il pianista Horace Silver, che con il suo successo aprì la strada agli investimenti sugli lp e diede nuova linfa vitale all’azienda in un momento cruciale nella storia del jazz.
La coppia trovò anche artisti trasversali come l’organista Jimmy Smith scoperto in concerto «in preda a convulsioni, le dita che volavano, ondate di suono, un rumore devastante». Lo misero subito sotto contratto, e continuarono così, con qualche lieve deviazione, ma senza perdere l’aggancio con le radici. Nel 2002 ad esempio, quando i musicisti jazz erano guardati come una specie in via d’estinzione, la Blue Note, guidata da Bruce Lundvall, da piccola corazzata, lanciò con clamoroso successo Norah Jones, che l’aiutò a superare un momento in cui la Emi - ora casa madre - affrontava un profondo periodo di crisi.