Camerata Nuova: tutto iniziò con un rogo (e un Papa)

L’attuale sito fu scelto dai cittadini fuggiti dal vecchio per un incendio. E Pio IX ci mise 300 scudi dei suoi

La nuova Camerata è nata sotto il segno fortunato del fuoco. Il 9 gennaio 1859 un incendio di vaste proporzioni distrusse il vecchio borgo che, ancora oggi, è uno dei più alti comuni della provincia di Roma. Dista dalla capitale 74 chilometri, si trova all’interno del Parco naturale dei monti Simbruini e vi si arriva percorrendo l’autostrada A-24 con uscita al casello di Arsoli. Ma torniamo al vasto incendio che nel 1859 distrusse il più antico abitato: gli abitanti fuggendo trovarono ospitalità sulle due colline del monte Colle di Mezzo che si innalza allo sbocco della valle del torrente Fioio. Qui, su alture che raggiungono i 1220 metri di altezza, il nuovo borgo si sviluppò grazie al pronto e generoso intervento di Pio IX che ne favorì anche un più razionale ed ordinato piano urbanistico, versando trecento scudi del suo patrimonio personale. Occorre dire, comunque, che il violento incendio del 9 gennaio 1859 non distrusse la memoria storica dell’antica rocca medievale. Della quale, le prime notizie certe risalgono al 955, al cosiddetto periodo dell’incastellamento quando, stando ad alcuni documenti, l’abate di Montecassino concesse in enfiteusi la chiesa di San Salvatore in Camerata al conte dei Marsi, Rainaldo. La famiglia dei conti dei Marzi non ha lasciato segnali di particolare rilevanza. Furono, i Conti, quasi sempre sottomessi, se non succubi, alla preminenza degli abati di Montecassino e, soprattutto, di quelli dell’abbazia benedettina di Subiaco. In fondo, a parte il blasone, si limitarono ad essere gabellieri ed esattori esosi per conto degli abati dei quali accettarono sempre di essere vassalli. Tant’è che scomparvero senza colpo ferire e alla fine si estinsero senza lasciare rimpianti tra gli abitanti della contea che, intanto e nonostante tutto, aveva ampliato il suo territorio fino a comprendere quasi tutto il carsavolano. È certo, tuttavia, che il Castellum, abbarbicato sullo sperone calcareo, rappresentò sempre, negli anni a venire, un feudo appetito, e non poco, di molte famiglie della nobiltà romana e papalina.
Da vedere. Di Camerata Vecchia rimangono alcuni modesti ruderi delle mura di cinta, l’arco di sostegno della Chiesa del Salvatore, case e strade in rovina. Invece, a poca distanza, sorge ancora il Santuario della Madonna delle Grazie, databile alla fine del XVI secolo, che una delle mete devozionali più frequentate da parte dei numerosi fedeli che, pellegrinando, vi si radunano in preghiera soprattutto nel giorno di Pasquetta: è la testimonianza temporale di una eccezionale pietà mariana. Nel paese nuovo fa bella mostra di sé la non ignobile, dal punto di vista architettonico, parrocchiale di Maria Assunta. Qui si conserva la statua lignea di una Madonna salvata, a stento, dall’incendio di Camerata Vecchia. Infine, c’è da dire che sono di straordinario interesse paesaggistico e naturalistico, per ovvie e consigliate escursioni, l’altopiano do Camposecco, la valle del Fioio, il monte Autore, il fondo della Femmina Morta e il Pozzo della Neve dove, tra l'altro, tra distese praterie e fitte faggete, pascolano, allo stato brado, mandrie di cavalli che, spesso, forniscono sfondi scenografici a non pochi film di western all'italiana.
Da mangiare e bere. Gli abitanti di Camerata Nova vivono per lo più di agricoltura ma, soprattutto, di pastorizia. E, infatti, la regina della tavola cameratana è la celebratissima braciola di castrato alla quale ogni anno si dedica una sagra di straordinario richiamo popolare e turistico. Di solito, la braciola si fa precedere da una gustosissima panzanella, mentre viene anticipata da una serie di primi che variano dalla zuppa contadina a base di fagioli a piatti tipici e caratteristici come le sagne (pasta di grano saraceno, senza uova e condita con aglio, olio d’oliva e peperoncino). Il vino è l’imbattibile Cesanese del Piglio o di Olevano Romano.