Camerati & compagni. "Neri e rossi, stavamo dalla stessa parte"

Parla Guido Paglia, uno di "quelli della foto" di Valle Giulia, da sei anni direttore della Comunicazione Rai. "Insieme contro la polizia? C'era contiguità tra destra e sinistra: si contestava la scuola autoritaria. Ma durò poco"

«A un certo punto si gira uno smilzo - era Roberto Gaita, uno di sinistra, poi giornalista al Messaggero - e fa: “Compagni! Attacchiamo!”. “Compagni? Ahò, ma che compagni! Qua siamo tutti camerati!” gli rispondono tre o quattro che gli stavano intorno».
Guido Paglia, uno di «quelli della foto», se la ricorda bene, quella giornata. Roma, Valle Giulia, primo marzo 1968, facoltà di Architettura. Va in scena la madre di tutte le battaglie fra studenti e poliziotti in Italia. Roba di sinistra? Mah, si e no. Cioè: più no che si. Anzi, decisamente no, stando alla foto che il Giornale ha pubblicato ieri, a corredo della presentazione di Il sangue e la celtica, libro di Nicola Rao sullo stragismo nero.
Paglia, all’epoca ventunenne, è lì, giù dalla scalinata di Valle Giulia, il petto in fuori, all’attacco come sempre. Questione di carattere. Camerata di ferro, uomo d’ordine (un tempo, si ricorderà, questi erano insulti sanguinosi che al portatore dell'ingiuria potevano costare, e spesso sono costati, qualche sprangata sul cranio e qualche revolverata) Guido Paglia è un giornalista di lungo corso. Vicedirettore e capo della redazione romana di questo giornale, l’ex «fascista» è da sei anni direttore della Comunicazione e delle Relazioni esterne della Rai. Da New York, dov’è per la quarta edizione della Settimana della Fiction, quei fatti di quarant’anni fa gli devono sembrare lontanissimi. Ma è solo un momento. Il film della memoria - roba vera, altro che fiction - è pronto a scorrere. Si abbassino le luci in sala.
«È vero. La contiguità fra destra e sinistra c’è stata. E quella foto che avete pubblicato lo dimostra benissimo. Perché il Sessantotto, non è inutile ricordarlo ogni tanto, era nato come protesta corale di tutto il mondo studentesco nei confronti di una scuola e di un’università vecchia, asfittica, dominata dai baroni. Ma quella contiguità durò lo spazio di un mattino».
Una protesta contro il principio di autorità, dunque. Però suona bizzarro. La destra contro l’autorità...
«Contro l’autoritarismo, direi piuttosto, che è la degenerazione del principio di autorità. Ecco, quello è l’obiettivo che in una prima fase ci ritrova tutti uniti, destra e sinistra. Prima che la sinistra si spinga sulla strada della contestazione globale: dall’università, alla famiglia, alla società. In quei giorni noi occupavamo le facoltà tradizionalmente di destra: Giurisprudenza, Scienze politiche, Economia e Commercio, Ingegneria, Farmacia...».
I rossi stavano invece a Lettere e Filosofia, a Chimica e Fisica, a Matematica... Quando finisce l’entente cordiale con la sinistra?
«Quindici giorni dopo. Incombono le elezioni politiche, e il Movimento sociale non può tollerare che i suoi giovani occupino le università. Cercano di coinvolgerci, ma quando vedono che non c’è niente da fare mobilitano quelli che all’epoca si chiamavano Volontari Nazionali: operai, essenzialmente, la base missina popolare. Arrivano in qualche centinaio, capeggiati da Giulio Caradonna, e vanno allo scontro con quelli di Lettere».
E si trovano di fronte, fra gli altri, i «pacciardiani» di Primula Goliardica. Fra loro ci sono Lamberto Rock, Ezio Maria Dantini, Franco Papitto, che da grande diventerà corrispondente di Repubblica da Bruxelles...
«Esatto. I missini, respinti, si chiusero a Giurisprudenza. È lì che Giorgio Almirante venne circondato da quattro, cinque persone e menato di brutto. Be’, mi buttai io, nella mischia, per salvarlo. E chi c’era con me? Un “cinese”, come chiamavamo allora i comunisti. Si chiamava Alfredo Cesarini. Ma prima di essere un “cinese” era amico mio».
La destra extraparlamentare nasce in quei giorni, dal ripudio del Msi di quanti non avevano obbedito agli ordini schierandosi contro il comune nemico. Il partito di Almirante non poteva accettare che si fraternizzasse con la sinistra.
«Fu il grande errore strategico del Msi. Loro incarnavano il partito d’ordine, la quintessenza del perbenismo, l’anima reazionaria anticomunista. Noi giovani eravamo i romantici movimentisti, rivoluzionari. La Repubblica Sociale era il nostro punto di riferimento. Fu un errore, quello del Movimento sociale, che il Pci, attento a gestire i rapporti con le frange giovanili che gli erano ideologicamente omogenee, si guardò bene dal commettere».
Poi il feeling dei primi giorni, con i «compagni», si spezzò.
«E noi di destra, in blocco, diventammo per sempre sporchi, brutti e cattivi».
Per anni, ogni volta che si è scritto e parlato di Sessantotto, di proteste studentesche, si è sempre parlato della sinistra. La sinistra ha fatto, la sinistra ha detto...
«Noi non avevamo diritto di cittadinanza. È come se non fossimo neppure esistiti».
Terrorismo di destra e terrorismo di sinistra. Le Brigate Rosse, Prima Linea avevano almeno la prospettiva, allucinata, di mobilitare le masse operaie. Ma i Nar, gli spostati di Ordine nuovo?
«Quello di destra fu un modo di reagire alla repressione delle forze di polizia e della magistratura. Ma anche una reazione alla caccia aperta contro “il fascista”. Finì per essere un modo di attorcigliarsi su se stessi».
Anche la sinistra, ultimamente, si è convinta che con la strage di Bologna i “fascisti” non c’entrano. Se fosse così anche per le altre?

«Mah, che ci sia la responsabilità di alcune frange, spinte all’esasperazione, a me pare possibile. Resta il fatto che di nessuna strage, sotto il profilo giudiziario, si può dire: ecco, sono stati loro».
Tu hai mai corso il pericolo di finire in una banda armata di estrema destra?
«Sì. Mi chiamarono in causa per la strage di piazza Fontana. Dovevo essere io il Guido, giornalista di destra, di cui parlava Ventura. Se non avessi resistito alla tentazione di scappare, sì, sarei passato dall’altra parte, per combattere l’ingiustizia che stavo subendo. Trovai invece un magistrato perbene, onesto. Era un uomo di sinistra. Si chiama Gerardo D’Ambrosio».