Camorra e corruzione, il cinema esporta l’Italia della paura

I nostri registi a Cannes rappresentano un Paese con tanti problemi di fronte ai quali non servono auto-assoluzioni

Cannes - Facciamo un gioco. Prodi è ancora a Palazzo Chigi e vengono proiettati a Cannes Gomorra, che racconta una regione e in fondo una nazione assediate dall’immondizia e ostaggio della criminalità organizzata, e Il divo, ovvero la prima Repubblica immarcescibile, equivoca e inaffidabile di cui Giulio Andreotti è emblema e simbolo. La destra all’opposizione attacca: ecco come è stato ridotto il Paese, spiega, e non è un caso che il governo in carica si regga anche grazie al voto di un senatore a vita così discusso e discutibile. La sinistra insorge: è qualunquista e un po’ fascista questa trasposizione cinematografica del Paese in mano alla camorra, e quanto alla Prima Repubblica noi siamo la prova della sua definitiva scomparsa...

È sempre pericoloso affidare al cinema messaggi di rivendicazione politica. Due anni fa arrivò a Cannes Il caimano, preceduto da un battage che ne faceva un grido d’allarme e di dolore per la democrazia in pericolo e/o minacciata. I francesi, che di ciò che accade in Italia capiscono poco, e quel poco che capiscono non lo comprendono, pensavano già di dover dare l’asilo politico a un Nanni Moretti perseguitato dal «fascista» Berlusconi. Solo che fra il battage e l’inizio del Festival da noi si andò a votare, il Cavaliere fu sconfitto e i cugini d’oltralpe non sapevano più che pesci pigliare: se quello era «il caimano» com’è che non si sera mangiato le elezioni?

È possibile che, tornando alla realtà senza giocarci, da sinistra si decida di cavalcare più o meno disinvoltamente la carta «impegnata» di Gomorra e di Il divo addebitando all’avversario il peso negativo di immagine che essa porta con sé. Più o meno disinvoltamente, dicevamo, perché, per fare un solo esempio, quindici anni di Bassolino al vertice di Napoli e della Campania sono difficili da dimenticare... Qualora lo facesse, non farebbe che confermare la distanza che la separa dal Paese reale, ovvero l’incapacità ad assumersi delle responsabilità, l’idea virtuosa di una propria diversità antropologica proclamata ma smentita dai fatti, il moralismo più cinico che etico di chi disprezza quelli che vorrebbe, dovrebbe governare. Peggio per lei, è il caso di dire, e se questo è l’avversario del futuro Berlusconi può spegnere la luce e dormire sereno almeno per un altro decennio, visto che, oltretutto, l’età media degli italiani, e quindi anche la sua, si è allungata...

E tuttavia dal lato opposto si farebbe un errore se si cominciasse ad accarezzare l’idea di una sorta di patriottismo cinematografico al positivo, l’immagine edulcorata e gratificante di un paese felice e senza problemi. È la stessa che, sciaguratamente, mezzo secolo fa, accarezzò un giovane sottosegretario allo Spettacolo che si chiamava, guarda un po’ i corsi e i ricorsi della storia e della vita, Giulio Andreotti. «I panni sporchi» si lavano in famiglia, disse a proposito del neorealismo in generale e di Umberto D in particolare, la storia poetica di un povero professore pensionato che non ce la faceva ad arrivare alla fine del mese e per la vergogna pensava al suicidio...

Ora, non arriveremo a dire che tutti i guai cominciarono allora, perché fortunatamente il cinema è fatto di tante teste pensanti diverse, di un pubblico, di un’industria pubblica e privata, ma in fondo l’immagine dell’italiano cialtrone, ma innocuo, pagliaccio e quindi divertente, inaffidabile e però sentimentale fu l’indiretto risultato di quell’invito. Rispetto alla tragedia la commedia ha il vantaggio della risata che pacifica e rende tutti eguali. Siamo così, ma non è colpa nostra, ridete pure di noi, perché poi siamo proprio noi i primi a farlo e perché tanto non facciamo male a nessuno... E invece un Paese che sa fare i conti con se stesso senza fare sconti, che preferisce guardare le cose in faccia e a fondo, che non si accontenta di ricette consolatorie né di belletti posticci, che si assume il peso di ciò che è stato, rivendica le cose positive che nella sua storia ha compiuto, ma non è permissivo né auto-assolutorio nei confronti di quelle negative che le vanno addebitate, è un Paese maturo, che può guardare agli altri senza doversi vergognare. Se lo si cominciasse a capire saremmo già a buon punto nella ricostruzione di quella che una volta si chiamava dignità nazionale.