In campagna non solo idillio dura la vita per gli animali

Quand’ero piccolo avevo un gatto nero, che un giorno misteriosamente sparì. Dopo molti anni seppi che la responsabile della sparizione era la nostra anziana governante. Una brava donna la quale - ricambiata - ci amava da sempre e, allo scopo di salvare la mia famiglia dal malocchio, aveva fatto fuori l’incolpevole felino.
Prossima alla fine, ci chiese allora di essere «vanniata» in una pubblica via (ovvero che una persona qualificata urlasse il suo nome nel contesto di una precisa formula espiatoria). Giacché, per amor nostro, aveva ucciso un gatto e solo così avrebbe potuto evitare la «logica» conseguenza del gesto: un’infinita agonia. Non so se il desiderio sia stato esaudito. Temo di no: per sopravvenuta carenza di stregoni e fattucchiere in grado di recitare l’esorcismo. Di fatto la donna morì serenamente ottuagenaria e a rimetterci sul serio fu solo il felino.
Una vicenda così potrebbe ben figurare tra le Storie di uomini e animali di Sholem Aleykhem (Adelphi, a cura di Anna Linda Callow, traduzione di Franco Bezza, Haim Burstin e Anna Linda Callow, pagg. 115, euro 9). L’autore è un ebreo (Aleykhem è lo pseudonimo di Rabinovitch) nato in Ucraina e morto a New York nel 1916, ma i suoi racconti hanno un valore universale e costituiscono una radicale critica alla civiltà contadina oggi a parole tanto rimpianta. Dovrebbero leggerli tutti i bucolici dell’ultima ora e gli ecologisti da scrivania, i parrucconi buonisti che imperversano su radio e Tv e, senza aver mai sentito parlare di Lucrezio, vagheggiano un ritorno all’idilliaco stato di natura dei bei tempi andati.
Bisognerebbe ricordare che erano anche tempi recenti e di fame, analfabetismo, superstizioni radicate, gratuite crudeltà verso gli animali, spesso ammantate di giustificazioni parareligiose. Ve ne sono per tutti i gusti e per tutte le religioni. Compresa la nostra. Provatevi ad augurare Buona Pasqua a un agnello…
Ma Aleykhem è un ebreo e racconta come a volte gli ebrei trattano (trattavano) gli animali. Cinque storie, affilate come lame di rasoio. La prima descrive la rivolta dei gallinacei, che si ribellano al ruolo di «polli espiatori» assegnato loro da un’antica usanza durante le cosiddette kapures, alla vigilia dello Yom Kippur, il Giorno dell’espiazione. In pratica, facendo roteare un pollo per tre volte sulla testa di una persona, si trasferirebbero sul pennuto tutti i peccati dell’uomo (o della donna). La seconda ha per tema l’odissea di una coppia di tacchini, immolati per la Pasqua ebraica dopo innumerevoli e tremende sevizie. Tocca quindi alle disavventure di un povero cane ebreo, maltrattato dagli uomini e dai suoi simili. E ancora, alla nota crudeltà naturale dei bambini, i quali per gioco infieriscono su un vecchio cavallo, conducendolo alla morte. La quinta storia, infine, spiega come, in alcuni contesti sociali, la sensibilità sia sinonimo di debolezza, addirittura di stupidità.
Non c’è speranza, allora, per gli animali di Aleykhem e, ancor di più, per gli uomini del suo mondo? Non tutto è perduto, per fortuna; visto che, a tratti, anche tra le sue righe dolorose si intravedono brandelli di umanità. L’affetto per il cavallo manifestato dai suoi padroni, per esempio, o il titolo stesso dell’ultima storia: Pietà per gli esseri viventi, che rimanda a una citazione dal Pentateuco, significando che la religione non vuole il male dell’uomo e neppure quello dei suoi fratelli minori.
D’altra parte (ma questo è un pensiero personale) resta preferibile un mondo schiettamente crudele a una visione della natura edulcorata e ipocrita. Insomma, spesso fa molto più male certo buonismo disneyano che uno stuolo di macellai rituali.