Le Campana della Pace non stona mai

Commemorazione o memento? Comunque la si veda, sarà bene ricordare. Si ricorda oggi il 90º anniversario della fine della Prima guerra mondiale, sancita dal trattato di Versailles. Si invia al mondo per l’occasione un corale messaggio di pace. Proclamato in forma di discorsi e intonato in forma di concerti trasmessi via radio (Radio Rai 2) nel pomeriggio di oggi dalle 18 alle 24 e, alla stessa ora, nella giornata di domani. Centro di raduno e punto di partenza dei Sentieri di pace che intitolano la manifestazione è Rovereto. Dalla piazza del Mart e dall’auditorium della Campana della pace, suoneranno a festa Carmen Consoli e Marina Rei, i tedeschi Micatone e gli inglesi Stateless, i cechi Sunshine, i macedoni King Naat Veliov & the Original Kocani Orchestra e molti altri... Suoneranno e canteranno per raggiungere sull’onda delle emittenti internazionali Austria e Ungheria, Germania e Gran Bretagna, Francia, Belgio, Repubblica Ceca, Portogallo, Macedonia... L’evento è toccante quanto i rintocchi della più grande campana del mondo che, fusa dai cannoni che spararono in trincea e donata dopo l’armistizio al Trentino, risuona ogni sera in memoria dei soldati caduti.
Commemorazione o memento? Alla domanda risponderanno storici e filosofi, critici d’arte, poeti e antropologi. Chiamati a intervenire per ricordare la fine della Prima guerra mondiale, ma anche per non dimenticare l’inizio dell’altra, che di lì a poco le avrebbe tolto il primato, e di tutte quelle che sarebbero seguite. Preziosa allora, sì, è davvero la pace. «Aurea» nelle parole dello scrittore e antichista Maurizio Bettini, che si rifà alla quarta egloga di Virgilio per evocare «il più suggestivo sogno di pace dell’antichità classica: tuttora dotato di forza culturale, poetica, ideologica». Ma anche «lontana», suggerisce Claudio Strinati: misurando il suo inestimabile valore sul metro di un’incolmabile distanza. È «ambigua», insinua Demetrio Volcic, o «dolorosa», insiste Camillo Zadra. «Strategica», «tollerante», «disonorevole», «assente» la definiscono Armando Massarenti, Gabriella Belli, Anna Foa, Angela Vettese nel gioco all’inseguimento allestito sui Sentieri di pace per coglierla almeno con un aggettivo. «Perpetua!», sentenzia Giulio Giorello: e il termine, spiega, «non è utopistico né funereo, ma illuministico in senso kantiano. Kant per primo si avvide che un conflitto tra le nazioni non era risolubile come all’interno di un singolo Paese governato da un potere sovrano. E nel suo scritto sulla pace, antesignano dell’Onu e della Società delle Nazioni, già pensava a un organismo meta statale». Ciò non significa che Kant fosse pacifista a tutti i costi: «Ammetteva, con sobrio realismo, le guerre di indipendenza, o le guerre contro le potenze coloniali. Non dimentichiamo - aggiunge Giorello - che guerresche e guerriere furono tutte le grandi epoche e civiltà della storia».
Più che perpetua la pace è allora «provvisoria», corregge con kantiana, realistica sobrietà Alessandro Barbero. «Per me storico è stato molto difficile trovare l’aggettivo pacifico più veritiero. La storia dell’umanità è dominata dalle guerre. Gli storici raramente parlano di pace, che è un sogno della filosofia, delle religioni: una promessa per un’altra vita. Spesso esiste il ministero della Guerra, ma l’unico ministero della pace di cui io sappia appare in 1984 di Orwell e presiede, come il ministero dell’amore alle torture, all’organizzazione dei combattimenti».
Quanto che possa durare la pace però è «giusta», vuole Franco Cardini. Perché la guerra è sbagliata? «No. Ingiusta è spesso la pace, e se non fai una pace giusta, allora il conflitto rinasce, si complica, si esaspera. Ingiusta fu proprio la pace del 1918 che si commemora a Rovereto. Stipulata come vendetta nei confronti della Germania. Chissà poi perché. In fondo la Prima guerra mondiale era una classica guerra di egemonia. Perché infierire? Invece i vincitori vollero strafare. E le conseguenze sono state la Seconda guerra mondiale, la crisi mediorientale, la crisi petrolifera, la rivoluzione comunista, il nazismo...». Questo dirà oggi a Rovereto? «Sì, ai media parrà una provocazione. Già vedo i titoli: Cardini ferocemente revisionista, è contro l’assetto di Versailles e amico di Guglielmo II. Non è così. Chiunque sappia di storia sa bene che dirò un’ovvietà».