Camus caporedattore dei giornalisti in rivolta 

Riuniti in un volume gli articoli scritti per «Combat» dal 1944 al '47. All'insegna di obiettività e prudenza

«La libertà è qualcosa che va meritato e conquistato» (21 agosto 1944). «Ma la rivoluzione, quella vera, dobbiamo ancora realizzarla» (31 agosto). «La libertà non porta nulla a compimento. È solo un inizio. La libertà non è la pace» (29 settembre). Mentre Parigi, e con lei, lentamente, in punta di piedi, tutta la Francia sta tornando a vivere, un uomo che è già compagno soltanto della propria malattia e della propria disillusione, scrive queste frasi sul giornale Combat, appena uscito dalla clandestinità. Di quel foglio è il caporedattore e la coscienza critica. In lui nessun entusiasmo, nessun gesto di esultanza per una vittoria che è soltanto la fine di una sconfitta, ma, al contrario, la consapevolezza che tutto è ancora da costruire.
Chi lo conosceva, non s’aspettava da Albert Camus un atteggiamento diverso. Lui sapeva che non soltanto la sua seconda patria, non soltanto l’Europa, bensì l’umanità intera condivide da sempre il destino di Sisifo: fare e disfare, salire e scendere nella colonia penale dell’esistenza. Ma sapeva anche che, se le cose stanno così, occorre accettarle con fierezza, da uomini forse non del tutto liberi, e tuttavia almeno onesti con se stessi e con gli altri. Anche con i «nemici», certo, con quei tedeschi che conoscerà di persona, di lì a poco, in occasione delle corrispondenze dalla Germania: i contadini pacifici, i bambini ben pasciuti, gente molto diversa dai derelitti algerini e dai tormentati francesi. «Confessiamolo - scrive nell’editoriale del 15 settembre ’44 -, se Hitler fosse riuscito nel suo intento, la Storia avrebbe riconosciuto in lui un grand’uomo. Alcuni di noi, certo, avrebbero potuto negarlo in nome di quella stessa grandezza della quale constatavamo il totale avvilimento . Eppure l’intera Germania e il mondo avrebbero dimenticato l’irrimediabile mediocrità di quella mente posseduta da idee maniacali , il vento di sciagura che essa seminava attorno a sé e che ha fatto soffiare come in una notte di tempesta su tanti paesi disperati».
Non si addicono, a Camus, il tono e i contenuti del propagandista. Leggendo Questa lotta vi riguarda, bel titolo dato alla raccolta dei suoi articoli comparsi su Combat dal marzo ’44 al giugno ’47 curata da Jacqueline Lévi-Valensi e tradotta da Sergio Arecco per Bompiani (pagg. 618, euro 19,50) non ne troviamo la minima traccia. Chiamato a dettare la linea del giornale, dopo l’esperienza da segretario di redazione a Paris-Soir nel ’40, egli mette in campo, oltre alla densità della scrittura e all’acutezza dell’analisi, tutte le energie fisiche che la tubercolosi gli concede. Jean Daniel lo ricordava così: «La concisione, il senso della formula, il tratto graffiante . Per definire un editoriale, diceva: “Un’idea, due esempi, tre foglietti“. Un reportage: “Fatti, colore, contatti”». Insomma, un signor giornalista. Nel pezzo dell’1 settembre ’44 riflette sulla professione, che richiede «idee» e voglia di informare per essere «uno storico del giorno per giorno». Ma la verità è «cosa sfuggente e inafferrabile», soprattutto per chi, in una fase convulsa e decisiva, ha carenza di fonti, oltre che di fondi. «Per cui, allo stato dei fatti, egli non può che introdurre un bilanciamento di carattere morale, intendo dire una preoccupazione di obiettività e di prudenza».
Fin dal primo numero, sulla manchette di Combat è presente una frase che non è di Camus, ma di Georges Clemenceau, uomo da lui distantissimo sotto molti aspetti, che però sintetizza alla perfezione la sua condizione di resistente e di rivoltoso. «Nella guerra come nella pace, l’ultima parola spetta a coloro che non si arrendono mai». Del resto, nella prima delle Lettere a un amico tedesco, datata luglio ’43, Albert aveva scritto: «Non è cosa da poco battersi disprezzando la guerra, accettare di perdere tutto mantenendo il gusto della felicità, correre verso la distruzione con in mente una cultura superiore ». Ovvio, quindi, che il suo primo editoriale abbia per titolo «La lotta continua». Continua, infatti, sia sullo scacchiere internazionale, sia sul... fronte interno, visto che Combat, fino a quando Camus ne farà parte, non s’attaccherà al carro di nessun partito, evitando persino di dare ai propri lettori indicazioni di voto per le consultazioni popolari del ’45-46. Due mesi prima di passare la mano, nell’editoriale del 30 aprile ’47 leggiamo: «La democrazia non può prescindere dalla nozione di partito, ma la nozione di partito può prescindere dalla nozione di democrazia. Questo succede quando un partito o un gruppo di individui ritiene di essere il detentore della verità assoluta».
Per passare dalla resistenza alla rivoluzione, pensa Albert, si devono azzerare i particolarismi e gli interessi di bottega e, non da ultimo, creare un nuovo linguaggio. «Ci diciamo a volte che dobbiamo cambiare il mondo. Forse è vero. Ma lo cambieremo solo quando gli avremo dato un dizionario. Il dizionario si mette insieme un po’ per volta, in mezzo al sangue delle guerre e alle grida delle rivoluzioni». È l’1 settembre ’45. Qui è l’uomo di cultura, a parlare, il lato buono ed evoluto del concetto di citoyen che rimanda alla Rivoluzione francese. Lo stesso uomo il quale tre settimane prima, l’8 agosto, meditando sul «romanzo di fantascienza propostoci dai giornali» a seguito della bomba atomica caduta su Hiroshima, non esita a commentare che «la civiltà meccanica è appena giunta al suo ultimo grado di barbarie. Dovremo scegliere, in un futuro più o meno prossimo, tra il suicidio collettivo e l’impiego intelligente delle conquiste scientifiche».
Il pessimista Camus si sta preparando a lanciare la più rivoluzionaria delle proposte: «Bisogna immaginare Sisifo felice».