Cancellare casa e mamma: la guerra inizia dalle parole

Secondo un'indagine del Crn di qualche anno fa (denominata «Lessico familiare») la parola più frequente scritta nei temi degli alunni delle scuole elementari è casa. Al secondo posto c'è mamma, mentre genitori è preceduta da molte altre parole, come papà, amico, bambino, cosa, scuola, fratello, nonno, e perfino cane. Alla parola mamma spetta però (e sempre spetterà) la palma di primo suono articolato e sensato del «cucciolo» d'uomo.
Alla mamma come al papà, i poeti hanno dedicato tenere poesie e brani di prosa, e basterà ricordare Quasimodo, Pascoli, Carducci, Ungaretti, De Amicis, Sbarbaro, per non dire della canzone Mamma (Bixio-Cherubini), le cui note sono conosciute pure dai matricidi: «Mamma, solo per te la mia canzone vola,/mamma, sarai con me, tu non sarai più sola!».
Ma ecco che dalla Scozia qualcuno pensa che anche queste due parole così dolci e piene di sentimento affettivo abbiano fatto il loro tempo. Il Servizio sanitario di quella regione del Regno Unito invita a non usare le parole mamma (mummy) e papà (daddy) quando si parla ai bambini, perché «le circostanze individuali portano a strutture familiari diversificate». Che cosa vuol dire? Vuol dire che non tutti nascono da una famiglia regolare, una famiglia normale (bando alle ipocrisie: per me, regolare e normale sono i termini giusti) ma si può vedere la luce (o essere adottati) «all'interno di relazioni omosessuali, o da un singolo gay, lesbica, o da genitori eterosessuali, di cui poi uno dei due ha fatto coming out, rivelandosi omosessuale». E poi ci sono le cosiddette «famiglie patchwork», che comprendono figli nati da una prima unione, i nuovi partner, i loro figli eventuali, ecc. che si ritrovano due mamma e due papà.
Mi gira la testa... non mi ci raccapezzo più.
Ma allora, rivolgendosi ai piccoli, se non si devono più usare le parole mamma e papà, che credevamo eterne, quali espressioni si dovranno utilizzare? Il Servizio Sanitario Nazionale Scozzese suggerisce «genitori», «curatori», «tutori» (a questo punto, perché no, «amministratore», «gerente», «provveditore»?).
Questi suggerimenti nascono nell'ambito di un programma chiamato Inclusion Project, nato per «migliore il benessere fisico, psicologico ed emozionale delle persone LGBT». LGTB significa lesbiche, gay, bisessuali, transessuali. A Napoli la sigla sarebbe RFZ, ricchioni, femmenielli e zòccole.
Immagino la letterina di Natale in Scozia: «Cari soci in amore, oggi è Natale e io vi auguro tanta felice convivenza».
Ma fatemi il piacere!
mardorta@libero.it