CANCOGNI La carriera di una penna di razza

Incontro con lo scrittore che a quasi 90 anni pubblica «Sposi a Manhattan», un libro che è la storia della sua vita, del suo secolo e della conversione al cattolicesimo...

Manlio Cancogni: ancora un soffio e toccherà i 90. È nato nel ’16 a Bologna - «per pura combinazione» - da genitori toscani, ma gli anni di gioventù, gli studi, i primi amici (l’ambiente dei comunisti clandestini, i Trombadori, gli Alicata, gli Ingrao) sono tutti romani. «Roma è la mia prima città, in tutti i sensi», dice. E la seconda? «New York, anche se ormai sono due anni che l’ho abbandonata». Cancogni è tornato a vivere a Fiumetto, in Versilia, nella villa di famiglia che si affaccia sul mare, dove entrò la prima volta nel ’41, giusto in tempo per indossare la divisa: la guerra la fece in Albania. Dopo arrivò la stagione partigiana in Versilia, arrivò Firenze, il Partito d’Azione, l’insegnamento a Sarzana e poi, dagli anni Cinquanta, il mestiere di giornalista - dall’Europeo di Benedetti al Giornale di Montanelli - che s’intreccia con la «missione» del romanziere.
Così come la sua vita si divide tra l’Italia e gli Stati Uniti: una cattedra di Letteratura italiana all’Università del Massachusetts prima e un «nido d’amore» (l’appartamento che ha diviso per anni con la moglie Rori e ribattezzato the nest in the sky) al sedicesimo piano di un grattacielo di Manhattan. Sposi a Manhattan, appunto, è il titolo del suo nuovo libro, appena uscito da Diabasis. «Più che nuovo - ci corregge - ultimo: da quando l’ho finito non scrivo più nulla. Può immaginare: l’età, i malanni, la stanchezza. Non credo che riprenderò ancora in mano la penna. Già mi sembra impossibile essere arrivato fino a 90 anni...». Novant’anni, inchieste che hanno fatto la storia del giornalismo, una produzione letteraria lunga mezzo secolo - dal romanzo Azorin e Mirò uscito nel 1948 sulla rivista Botteghe Oscure ai racconti La carriera di Pimlico fino al bellissimo Gli scervellati sulla «sua» guerra - tre premi letterari (Bagutta, Strega, Campiello), un posto assicurato nelle antologie del nostro ’900. Ecco presentato - in poche righe - Manlio Cancogni, tra gli scrittori italiani il più americano.
«L’America... L’ho amata, l’ho odiata. Per lungo tempo non ho potuto farne a meno, ma ultimamente le cose sono cambiate. All’inizio rimasi affascinato dal quel mondo, poi gradatamente l’ammirazione è andata diminuendo, ma non per dei motivi obiettivi: solo uno stato d’animo. Ho cominciato a sentirmi a disagio. Gli Stati Uniti sono un mondo di sradicati, stando là si sente nostalgia delle proprie origini; è un calderone, pieno di ingredienti diversi che però non sono ben amalgamati. Oggi sono in molti a non amare gli Usa. E badi bene, non solo a causa dell’intervento in Irak. Un tempo l’antiamericanismo aveva una radice precisa, quella comunista e più generalmente di sinistra. Oggi invece è un sentimento generalizzato, che non ha più una matrice politica. Certo, l’amministrazione Bush si presta molto a essere criticata - e anch’io non la condivido - ma l’avversione di cui parlo precede la guerra. Però bisogna stare attenti: l’antiamericanismo è un sentimento irrazionale, e molto rumoroso, tanto da sovrastare le voci a favore. In realtà molta parte del mondo continua ad approvare il modo di vita americano, ogni anno a New York e nelle altre grandi metropoli degli Usa si trasferiscono migliaia di persone. Vivendo lì si guadagna qualcosa, e si perde dell’altro».
Cancogni, che vivendo sull’altra sponda dell’Atlantico ha finito per perdere l’amore per l’America, in America ha però trovato la fede: e il racconto di come è accaduto costituisce la parte più bella, l’ultima, di Sposi a Manhattan: «Tutto è iniziato con la morte di mia figlia Annapaola, nel ’93, a New York. È stato il motivo scatenate, ma da molti anni riguardo alla fede ero, come dire?, in uno stato di attesa, c’era qualcosa che le spiegazioni laiche del senso della vita non mi soddisfacevano più. Il terreno, come ho capito dopo, era preparato da anni». Quando Cancogni, alla fine degli anni Novanta, manifestò pubblicamente la sua conversione, l’Osservatore Romano scrisse: «Ha ritrovato la fede che sembrava smarrita». Ritrovata o trovata per la prima volta? «Trovata, credo. Per lungo tempo la religione per me è stata un insieme confuso di ricordi, pensieri e emozioni contrastanti dai quali tutto sommato preferivo stare lontano. Una tranquilla indifferenza mi sembrava la soluzione migliore, la stessa indifferenza che condividevo con i miei amici da giovane, tutti laici o addirittura apertamente anticlericali. Poi quando la fede è diventata per me un argomento centrale, molti dei miei amici non c’erano più, e con quelli rimasti ho finito per non parlare di questo argomento. Oggi mi ritengo un cattolico osservante: la fede si vive con la pratica, ogni giorno, non è un sentimento individuale, ha bisogno di un corpo cioè della Chiesa. E in questo senso ho capito solo dopo la mia conversione quanto la cultura italiana sia profondamente anticattolica. Anche se non in maniera clamorosa, esiste una ghettizzazione del credente, soprattutto dell’intellettuale cattolico che è escluso, guardato con sospetto, magari deriso. Oggi ci si può convertire al buddismo o frequentare sette di occultisti, ma dirsi cattolici è quasi scandaloso. Non c’è odio antireligioso, questo no; ma c’è molto fastidio, e lo sento».
Lo stesso fastidio che la cultura italiana ha riservato, e continua a riservare, a quello che Cancogni considera il romanzo della sua vita dal quale ha rubato l’ispirazione per il titolo del suo libro, e al quale nel suo libro ritorna per pagine e pagine: I Promessi Sposi. «L’ho letto da ragazzo, ma l’ho capito davvero dopo i trent’anni. Da allora continuo a rileggerlo. È un testo ricchissimo che dà un quadro dell’umanità come nessun altro. Un libro universale, ma purtroppo mal sopportato in Italia. E l’imposizione a scuola non c’entra nulla. Sa perché non è amato? Perché è un libro cattolico, quello che non piace, che dà fastidio, è il carattere di grande predica...».
Prediche. A suo modo Cancogni ne ha fatte parecchie nella vita: sulla politica corrotta (i «vecchi» giornalisti si ricordano bene i suoi scoop, come quello sugli scandali urbanistici romani: «Capitale corrotta, nazione infetta»), sui salotti culturali (le mazzate che dava nella sua rubrica «Carpendras» sulla Fiera letteraria), sulla società... «Cose che dicevo secoli fa, ma purtroppo la situazione, se possibile, si è aggravata. Non voglio fare il pessimista, ma il livello morale della società non è dei più entusiasmanti. Non sopporto più il materialismo di fondo, la ricerca prioritaria dei beni materiali, del denaro, del successo». Soluzioni? «Nessuna. Servirebbe una conversione generale: se non religiosa, morale. Ritrovare i valori che tengono insieme il corpo sociale».
E il mondo della cultura? «Sono molto distante, in tutti i sensi. Leggo poco e poco volentieri gli scrittori contemporanei. O meglio: li leggo ma non so di che cosa stanno parlando. Non riesco a interessarmi alle cose che dicono né al modo in cui le dicono. Ormai sono entrato in una fase di indifferenza. Pensi alla poesia. Gli anni tra le due guerre furono disastrosi da un punto di vista storico, ma eccezionali da un punto di vista letterario. Dagli anni ’50-60 questo mondo ha iniziato ad allontanarsi da me, e io da lui. Io sono per Montale, Ungaretti, Betocchi, Luzi, Caproni, Gatto, Penna; tra i narratori Bassani, Cassola. Insomma, la “vecchia guardia”. È stata invece l’“avanguardia”, il Gruppo 63 e i suoi epigoni il vero disastro: ha scalzato i fondamenti della letteratura e dell’arte senza proporre in sostituzione nulla di originale. Nel decennio ’63-73 si è demolito con un accanimento irresponsabile. E la poesia, così come la narrativa, non si è più risollevata. No, mi spiace, sarò vecchio e malato, ma non sento la vitalità né l’originalità in quello che si sta facendo. Ma è giusto così, io appartengo alla prima metà dell’altro secolo. In questo non so bene cosa ci faccio».