Cannes, Lars von Trier tifa fine del mondo Il pubblico, invece, tifa per la fine del film

La Terra esplode per colpa di Melancholia, pianeta caro ai depressi. Si esce dalla sala decisi a non farvi mai più ritorno.<strong><a href="/spettacoli/lars_von_trier_provoca_hitler_mi_e_simpatico/lars_von_trier-cannes/19-05-2011/articolo-id=524188-page=0-comments=1#commenta"> E il regista provoca: &quot;Hitler? Mi è simpatico</a></strong>. Israele? E' un dito nel c... Sono un po' nazista&quot;. Poi si scusa. Ma rischia di non prendere premi

Cannes - Se nell’Albero della vita Terrence Malick ha filmato, fra tante altre cose, la nascita della terra, con il big bang, e l’al dilà, dove ci si ritrova come in una passeggiata lungo un fiume, Lars von Trier è andato ancora più oltre, anche se in senso opposto, e così il suo Melancholia, anch’esso in concorso, il mondo lo fa addirittura esplodere. È per colpa di Saturno, il pianeta caro ai malinconici e/o depressi, categoria cui lo stesso regista dice fieramente di appartenere. «Se, come dice la protagonista del mio film, “la vita è cattiva”, perché non desiderare che, in un istante, essa abbia termine? Se il mondo finisse e, con un battito delle palpebre, ogni male e ogni desiderio sparissero, confesso che io stesso premerei il bottone della distruzione. A patto che nessuno soffra, naturalmente».

Con questo viatico, un po’ sconclusionato, si esce dalla proiezione con l’idea di non rimettere più piede in una sala cinematografica, non foss’altro perché, mentre si è lì chiusi, si rischia di perdere lo spettacolo di che cosa potrebbe accadere fuori... Perché, è il caso di dire, nessuna finzione cinematografica, con buona pace di von Trier, potrà mai essere all’altezza di quella che sarà la realtà.
Costruito sulle figure antitetiche di due sorelle Justine (Kirsten Dunst) e Charlotte (Charlotte Gainsbourg), e diviso in due parti, Melancholia racconta nella prima un matrimonio celebrato, ma non consumato, finito in fondo ancor prima di essere iniziato. Il fatto è che la malinconica Justine non si sente a suo agio nel mondo, aspira alla normalità ma ne è respinta, vorrebbe finirla con le angosce, i dubbi, ma non ce la fa. Sposarsi dovrebbe essere, potrebbe essere l’ancoraggio necessario, ma più gli altri le chiedono «sei felice?», più lei sente l’assurdità di quel passo e della vita stessa.

Nella seconda parte, i ruoli si invertono: la depressa Justine si sente sempre più a suo agio via via che il previsto passaggio di Saturno si delinea in realtà come una possibile e distruttiva collisione; laddove la attiva Charlotte, che nella vita ha sempre pianificato tutto, compreso il matrimonio della sorella, sprofonda nel panico.
«Il mio analista mi dice che nelle situazioni catastrofiche i malinconici ragionano meglio, mantengono la testa sulle spalle» dice allegramente von Trier. «In parte perché se ne possono uscire con un “te l'avevo detto”, ma anche perché non hanno niente da perdere».

Melancholia, girato negli interni e nel parco di un bellissimo castello svedese, si apre con una successione di sequenze e di foto accompagnate dalla musica di Wagner. «Amo lo choc fra ciò che è romantico, grandioso, stilizzato e una certa forma di realtà. Il romanticismo tedesco mi ha sempre affascinato, mi lascia addirittura senza fiato».

John Hurt, Charlotte Rampling e Kiefer Sutherland completano il cast, diciamo così, familiare. Il primo è uno di quei padri sventati per i quali la vita è solo un gioco, la seconda una di quelle madri che detestano ogni rituale, ogni convenzione, ogni rapporto familiare; il terzo è quel tipo di uomo pratico e insieme razionale, che ha fiducia nella scienza. «Crede di poter spiegare tutto, di dare un senso a tutto. E infatti, capendo prima degli altri il pericolo, si suiciderà».
Con questi chiari di luna malinconici, il film provoca un certo malessere. «Il pianeta che si avvicina pericolosamente fornisce la suspense alla storia. È dieci volte più grande e quindi può veramente entrare in collisione con noi e farci esplodere. Credo che questo fatto impedisca al pubblico di uscire a metà del film». È anche vero che, sapendo come va a finire e non facendone il regista alcun mistero, può spingere quello stesso pubblico a non vederlo per niente. La cosa non preoccupa von Trier, anche perché «dopo un lavoro del genere, cos’altro posso fare?». Già cos’altro? Dire, come ha detto ai giornalisti, che in fondo comprende Hitler, e poi scusarsi successivamente per averlo detto. Il suo psicanalista si dev’essere distratto.