A Cannes Penn rockstar triste a caccia di nazi potrebbe fare vincere la Palma a Sorrentino

Convince il film del regista italiano: un cantante allo sbando
attraversa gli Usa inseguendo l’aguzzino del padre scampato ai lager.
Sean Penn da Palma d’oro. Rimorso e perdono in una storia che reinventa persino il paesaggio americano

Cannes - Senza predicare la fine del mondo né volerne filmare l’origine o, per chi ha fede, addirittura l’aldilà, Paolo Sorrentino fa il film più profondo del Festival e regala a Sean Penn il ruolo che potrebbe dargli il premio per la migliore interpretazione. This must be the place racconta il tema dell’assenza, ovvero del rapporto padre e figlio, l’illusione di fermare il tempo, la giovinezza vista come un peso e a volte una minaccia e insieme la necessità di avere uno occhio infantile sulle cose, sulle persone, sulla stessa esistenza, l’inutilità ad accanirsi su ciò che è stato e quindi a vivere con la testa rivolta al passato, perdendosi il presente, non avendo più un futuro.
Cheyenne (Sean Penn) è stato una rockstar fra gli anni Settanta e Ottanta, musica e look dark, gotico, ovvero il suo lato devil, diabolico. Per aver preso quest’ultimo troppo sul serio, due suoi fans ci hanno rimesso le penne e da allora Cheyenne ha smesso di cantare. Vive di rendita, continua a vestirsi e a truccarsi come se dovesse entrare di lì a poco in scena, ma è depresso, non sa darsi né trovare pace. La morte del padre, con cui da trent’anni non ha più rapporti, lo riconduce da Dublino, dove vive, negli Stati Uniti. Fra le carte paterne scopre l’ossessione che fino all’ultimo ne ha riempito le giornate: ritrovare il guardiano nazista del campo dove venne rinchiuso, l’uomo che lo umiliò. Cheyenne decide di proseguire lui quella ricerca.

This must be the place diviene così il viaggio di un ex divo della musica leggera sulle tracce di un fantasma del male del secolo, e già qui c’è il primo elemento spiazzante della storia, ironico e grottesco: il contrasto fra un cacciatore di nazi che però del cacciatore non ha nulla, né il fisico, né le convinzioni, né l’odio necessario per non perdersi d’animo, e l’enormità del crimine che si vuole punire e che si abbatte sull’essere umano braccato, nella realtà vera appena una piccola rotella nell’ingranaggio della mostruosità ideologica, una comparsa che incarnandola ne diviene però il capro espiatorio.
Il viaggio permette a Cheyenne, e al film, di vedere gli Stati Uniti come potrebbe vederli un turista, perché è questo che egli poi si sente, non un viaggiatore: più semplicemente un visitatore all’interno del «sogno americano». Così New York, il deserto, le stazioni di servizio, i bar e i banconi dei bar, gli orizzonti sempre lontani e le sempre lunghe e vuote highways aggiungono a This must be the place il sapore di un paesaggio sempre nuovo e diverso, anche se già visto e conosciuto: al cinema, in tv, nei romanzi.

Cercando l’anziano e ormai irriconoscibile «persecutore» del padre, Cheyenne alla fine ritrova se stesso: capisce meglio il non senso di una vita tesa alla vendetta, così come di una vita bloccata dal rimorso, comprende che nessun uomo è un’isola, che bisogna voltare pagina, concentrarsi sulle piccole cose: un affetto, un gesto d’attenzione, l’ascolto paziente. Si rende conto, alla fine, che anche il carnefice può diventare una vittima…

Splendidamente fotografato, una cifra stilistica ben riconoscibile, le musiche di David Byrne come colonna sonora, This must be the place è un film adulto raccontato con un sentimento da adolescenti. «Cheyenne è infantile, ma non capriccioso» dice Sorrentino. «Come accade a chi resta ancorato alla propria infanzia, conserva le qualità tipiche dei bambini. È uno che sembra galleggiare e l’ironia e la leggerezza è l’unico modo per non affondare e mantenere un rapporto con la vita. È anche per questo che attira gli altri, è per loro come una fonte di gioia, ispira fiducia, sanno che non resteranno delusi. Quando a un certo punto del film dice, con semplicità, “la vita è piena di cose meravigliose” noi gli crediamo. Perché è un bambino che lo dice, e nel profondo è rassicurante pensare che i bambini abbiano sempre ragione».

Truccato come il leader di The Cure, Sean Penn è in scena dall’inizio alla fine, un uomo di mezz’età, truccato e vestito di pelle come se ne avesse venti, con l’andatura di un vecchio… «Il rock è stato ed è un fenomeno serio» dice Penn «una sorta di avvenimento esplosivo nella società, la creazione di un mondo a parte, con i suoi codici e con le sue uniformi. Cheyenne, i suoi movimenti, i gesti, il modo di parlare, era già tutto nella testa di Paolo: io non ho fatto altro che mettermi a disposizione. Lo considero uno dei registi più interessanti di oggi, in grado di fare grandi cose anche nel futuro. È originale, ha sempre una visione diversa, un occhio diverso. Lavorare con lui è stato per me un piacere e un onore».