Il cantastorie folgorato da Gadda e Faulkner

Per esempio c’erano i mercati d’antan, con i banchetti, gli innocui residuati di guerra, le fisarmoniche e i cantastorie. Che mettevano in musica storiacce efferate, l’ostessa che uccide la figlia e la cuoce in spezzatino, per nutrirne i clienti. Sennonché «cara ostessa venite un po’ qua/io un piccolo dito ho trovato/nella carne ch’è ancora nel piatto», dice un avventore, attonito.
Oggi qualcuno ne sopravvive, di quei poeti da piazza, «ma sono (e lo sanno) un relitto», ammette Francesco Guccini, il Guzèn, cantastorie a sua volta ma di successo. E ci sono anche i mercati, ma tutti uguali, «non hanno più quel fascino»: anche qui colpisce l’omologazione, direbbe Pasolini, cui piacerebbe questo libriccino prezioso, L’uomo che reggeva il cielo, storie del tempo che fu, autore appunto Guccini, il Guzèn. Che manco qui rinuncia ai dolci veleni, e al garbo amarognolo della memoria: dalla sua casa di Pàvana, appennino tosco-emiliano, tempio di ricordi soccorrevoli e di rimpianti cocciuti, da cui scrutare perplessi questo mondo bislacco, «io che il telefonino non ce l’ho e non guido la macchina, uso solo il computer, perché ho scoperto che si scrive meglio: perciò mi son fatto scrittore».
Infatti lui scrive benissimo, tre romanzi - Cròniche epafàniche, Vacca d’un cane, Cittanòva blues -, vari gialli, un dizionario pavanese-italiano, saggi e ovviamente canzoni: «da cantastorie, mica poeta, o musicista», precisa. Da cantastorie appeso alle proprie radici, che è poi il titolo d’uno dei suoi album più belli. Radici che tornano, perentorie, in questi racconti, come le foto d’antan che il Guzèn festeggia in uno dei brani medesimi, oggi che tutti hanno a casa la videocamera ma allora si andava «nei gabinetti fotografici di fotografi di lusso, e ci si indomenicava alla bisogna, tutti tirati a lucido».
Dunque la storia, e anche la Storia: gli Este, i Massacuccoli, i duchi e i cardinali antiqui, i cui nomi ritrovi soltanto sulle targhe della toponomastica. Rieccolo insomma, Guccini, a dar la stura ai ricordi, complice una boccia di vino, il corpaccione rabelaisiano impinguato dagli anni («Da giovane sembravo il Fassino, ma con qualche venustà in più») e lo sguardo da oste buono. Convinto che, se paradiso ha da esservi, non potrà che somigliare «al solito locale», là però «il vino non si paga e non fa male», auspica una sua canzone.
Com’è, lo interrompo, che un grande cantautore diventa, di botto, narratore di successo? «Mica di botto», risponde. E parla delle prime letture, adolescenziali e decisive. «Sono un lettore accanito, con grandi innamoramenti e qualche iniziale ripulsa: Moravia, Pasolini, ma un perché non c’è, all’amore non si comanda. Scoprii il Pasticciaccio di Gadda e promisi: da grande farò lo scrittore. Poi la vita, si sa: suonavo nelle balere, Paoli, Bongusto, il rock and roll, con la giacca di lamé e la brillantina, ma intanto scoprivo Dylan e gli chansonnier. E mi nacquero le prime canzoni».
E poi? «Poi lessi Luigi Meneghello, Libera nos a Malo, e dissi: se lui ti spiega Malo così bene, perché non potrei far lo stesso con Pàvana? E infine lessi García Márquez, e dissi: ecco, Pàvana è il mio Macondo. Che è un niente, un posto che non esiste, ma quanta vita ci puoi stipare dentro, e attorno. Ecco perché García Márquez è grande».
E intanto i libri s’appilavano, sul comodino di Guccini, il Guzèn. Per esempio? «Per noi del dopoguerra, tutto quello che era America era santo: libri, musica, cinema, mi sarei fatto sparare, piuttosto che leggere Moravia. Perciò divoravo Steinbeck, Faulkner, Hemingway, Dos Passos. Quelle storie d’esistenza, pícare, eroiche, il mestiere di vivere. E dunque anche Pavese, il suo mondo langarolo non è poi così diverso dal mio, tosco-emiliano. E i latino-americani, Borges su tutti, l’ho anche citato in una canzone, di García Márquez t’ho già detto. Qualcuno obbietta: il loro è un mondo magico, tutto simboli, tu, Guccini, preferisci le storie reali. È vero, ma quanta realtà, nel loro modo di raccontarla, trasformandola».
Per niente, dico, lo chiamano realismo magico, quel loro modo. E tra gli italiani? «Ho amato follemente Calvino, quello degli Antenati, e Pratolini». E i saggi? La politica? «C’è già nei romanzi, se vuoi, i trattati m’intrigano poco: allora preferisco i gialli, se buoni. Eppoi la trovo nei fatti: le vicende della mia gente, i racconti dei nostri vecchi, che dirti, i documenti del Medio Evo, mia antica passione. Anni fa, frequentando un ingegnere di Pistoia, che è anche un grande storico, scrissi un falso atto notarile, dell’epoca di Federico II. L’imperatore vi assegnava una rendita a un mio avo mai esistito, Guccino di Buonamemoria: così finsi, e così scrissi su carta pergamena, in latino e con tanto di sigillo imperiale. Qualcuno lo prese per buono? Non credo, ma fu divertente».
Gli ricordo un suo testo del ’76, dove cita Omar Khayyam, poeta persiano del ’300, carissimo a Borges. «Sì, ero soldato a Trieste, su una bancarella vidi un libretto di sue poesie, tradotte in inglese nell’Ottocento, con fregi liberty e titolo in oro. Fu una luce nel buio. Accanto c’era Umberto Eco, il Diario minimo. Due civiltà in un colpo solo, li comprai entrambi e poi scrissi, anni appresso: “Jorge Luis Borges mi ha promesso l’altra notte/di parlar personalmente col Persiano/ma il cielo dei poeti è un po’ affollato in questi tempi/forse avrò un posto da usciere o da scrivano/dovrò lucidare i suoi specchi/trascriver quartine a Khayyam/ma un lauro da genio minore/per me, sul suo onore, non mancherà”. Va bè, scherzavo. Del resto mi capita spesso, da canzonettaro, di saccheggiare i grandi scrittori: Kavafis, Foscolo, Dante, Gozzano. C’è un nesso, tra letteratura e canzoni? Lo spirito, quando scrivi, è lo stesso, poi la canzone t’ingabbia nella metrica, ti forza alla sintesi. Sicché mi dà più piacere un racconto che cinque ellepì». E infatti, annuncia il Guzèn, «di dischi ora non ne ho, in cantiere. Ma sto preparando un giallo, con Loriano Macchiavelli, e un altro libro di racconti: con quelli fatichi meno, e puoi dire più cose».
Così lo immagino là, nella sua casa sui monti, che arpeggia sul computer come su un clavicembalo, e si commuove e ridacchia, mentre la memoria sfrigola ed evoca. Ripensando, magari, agli amici scomparsi, il Frate, il Pensionato, l’Ubriaco, lo zio Amerigo. E ai colleghi scomparsi, anch’essi gente di molte letture: De André, il più amato, cresciuto a Villon e Angiolieri, «eravamo coetanei, classe ’40, si giocava a scopone, per anni ho sognato un tour insieme con lui. Ma Fabrizio era timido, nell’esibirsi in pubblico: una sera, tra amici, per cantare pretese che spegnessimo la luce». E Gaber, anche, che amava Céline e Pasolini: «Avevamo una curiosa abitudine, tirar mattina chiacchierando, cazzeggiando, consentendo, dissentendo. Avevamo idee simili, io però più giacobino, lui, ultimamente, più morbido. Lui più urbano, io montanaro. E non condivisi un suo titolo, La mia generazione ha perso: quando mai?».
Tutto questo regala la memoria, quando riesuma i suoi dagherrotipi e li trasla nella pagina scritta, o sul monitor del computer di Guccini, cembalista di nostalgie. Nella quiete ancestrale di Pàvana, però. Non più a Bologna la dotta, tanto amata un tempo e ormai ripudiata: «Da tre anni non ci vivo più, troppi motori, troppa metropoli, si perde il suo essere antica, placida, bonaria. Com’è proprio di questa civiltà così algida, arida: tecnologica. Nel mio terzo romanzo, Cittanòva blues, racconto appunto questo distacco. Specie nell’ultimo capitolo, hai presente». Sì che l’ho presente, Guzèn, vecchio sodale: «Ora la Vecchia Signora - scrivevi - s’è proprio imbolsita, non è più quella. La Grassa Signora adesso mostra le costole di una dieta dimagrante che però sempre tristemente dimagrante è... E intasano, i fuoristrada, la viabilità tutta, ma non solo loro; soffocano le auto moltiplicate per dieci e cento e mille, e gli sciami vespiferi di motorini e motorone che in ogni dove effondono slandre venefiche. E dire che eri stata ben pronuba e ben faconda di vita vissuta, Cittanòva, Vecchia Bòsa, percorsa le mille volte per le tue strette calli e i più reposti carrugi, fino alla dolcezza primaverile dei tuoi colli».
Anche da qui nasce L’uomo che reggeva il cielo. «Ma sì, una Cassa di risparmio mi chiese dei racconti sull’appennino modenese, che però non conosco. Così li ho ambientati sull’appennino pistoiese e felsineo, che è come un riandare alle mie radici. Poi il libro l’ha ripubblicato il Touring, e ora questa piccola etichetta toscana, la Libreria dell’Orso, tra un Camilleri e un Ceronetti. Sai, in fondo, fin da ragazzo, sognavo di fare lo scrittore. Il cantautore? Neanche sapevo cos’è».