Canto alla luna di un pittore errante

Due mostre ad Ascoli Piceno riportano l'attenzione su Osvaldo Licini mettendone in rilievo il respiro europeo. Leopardi e Crivelli fra gli ispiratori del suo amore per il paesaggio marchigiano

Osvaldo Licini non aveva avuto finora un posto di primo piano nell’arte del Novecento. Tre anni dopo la sua morte, nel 1961, il professor Gillo Dorfles scriveva di lui nel libro Ultime tendenze dell’arte di oggi: «Osvaldo Licini, nato “troppo tardi” e divenuto perciò un semplice epigono anziché l’iniziatore autentico di una nuova corrente nazionale». Per fortuna il tempo è galantuomo e oggi con la grande mostra di Ascoli Piceno - «Osvaldo Licini tra le Marche e l’Europa» alla Galleria civica d’Arte Contemporanea che porta il suo nome, e con quella più piccola di Monte Vidon Corrado, «Osvaldo Licini. La stagione figurativa, il rapporto con il territorio marchigiano» - egli acquista il rilievo europeo che gli compete.

Il merito è delle due curatrici, Elena Pontiggia e Enrica Torelli Landini, che ci danno tutto Licini e non solo l’astrattista noto ai più. La mostra di Monte Vidon Corrado, supportata come l’altra da un bel catalogo pubblicato da Silvana Editoriale, è un contributo utile per conoscere la sua stagione figurativa, le sue radici marchigiane e perfino la sua attività di sindaco del piccolo paese in cui era nato e in cui visse, dopo gli anni di Parigi, dal 1926 alla morte. I ventidue quadri esposti sono di notevole interesse perché colgono la nascita di un artista che ha già una visione precisa dell’arte e una sua «filosofia» in cui, come nota Stefano Papetti nel catalogo della mostra di Ascoli, si sente l’influenza dell’amatissimo conterraneo Giacomo Leopardi. Licini e Leopardi sono accomunati da tre elementi: l’infermità fisica, l’interesse per il paesaggio marchigiano, l’amore passionale per la luna.

La mostra di Ascoli Piceno è, invece, con le sue oltre centotrenta opere, la prima, completa rassegna di tutto l’itinerario artistico di Licini, dal primitivismo degli anni Dieci all’espressionismo lirico degli anni Venti, dall’astrattismo degli anni Trenta all’evocazione visionaria degli anni Quaranta e Cinquanta, per giungere fino a quella geometria minimalista che è propria dei suoi ultimi anni. È un itinerario caratterizzato da una ricerca incessante, che non è mai sperimentalismo fine a se stesso, ma nasce da una visione della vita prima che dell’arte, da un pensiero insomma. La storia della sua pittura nasce - scrive con finezza Elena Pontiggia - «da un pensiero profondo e inappagato, una visione sorridente e irritata delle cose». C’è in lui una concezione di lucido pessimismo sull’uomo, che non è al centro dell’universo come spesso crede, ma che, invece, è incapace di decifrare il mistero del mondo che lo circonda. Di qui nasce la sua contrapposizione a quel «ritorno all’ordine» degli anni Venti che è di tanti artisti che mettono di nuovo l’uomo al centro dell’arte. Il primo Licini in mostra ci colpisce soprattutto per i suoi paesaggi marchigiani che risentono della lezione di Cézanne e di Van Gogh, ma che sono già tutti «liciniani» nel loro espressionismo poetico, con quegli edifici che sembrano stare in piedi per miracolo e con quelle figurette umane quasi tragiche nella loro solitudine. La svolta degli anni Trenta con l’approdo all’astrattismo non appare per nulla, come qualcuno ha sostenuto, un improvviso cambio di direzione: ha, infatti, le sue radici nel linearismo di Licini, fecondato anche da Matisse, altro artista a lui caro. C’è una dichiarazione esemplare di Licini a questo riguardo: «Dimostreremo che la geometria può diventare sentimento». Un progetto che si realizza in tele di una stupefacente originalità, dove il colore luminoso si accoppia a un segno che si avvale delle suggestioni di Kandinskij e di Klee, ma che non è per nulla immemore degli amati quattrocentisti Carlo Crivelli e Sassetta. La leggerezza della sua pittura e di questi anni e il suo lirismo ironico danno origine a una serie di capolavori che fanno di lui un artista di respiro europeo. Ma egli non si accontenta dei risultati raggiunti e verso la fine degli anni Trenta affronta una pittura che vuole esprimere i miti attraverso un passaggio dal mondo terrestre al cosmo. Nel 1946 scrive: «Dall’astratto io me ne vo volando adesso, in foglie e fiori, verso lo sconfinato e il soprannaturale». Nascono dapprima I fiori fantastici, poi gli Olandesi volanti e infine le Amalassunte e gli Angeli ribelli. Creature di una fantasia che si nutre di miti nordici, di suggestioni lunari, di pessimismo esistenziale soprattutto negli Angeli ribelli, la cui caduta rappresenta l’inevitabilità del male nell’uomo.

LE MOSTRE
«Osvaldo Licini tra le Marche e l’Europa», Ascoli Piceno, Galleria Civica d’Arte Contemporanea.
«Osvaldo Licini. La stagione figurativa», Monte Vidon Corrado (AP), Centro Studi «Osvaldo Licini». Entrambe fino al 4 novembre. Info: www.centrostudiosvaldolicini.it