Cantona in paradiso: "Il cinema è un hobby il teatro è la mia vita"

L’ex campione del Manchester United trionfa a Parigi da protagonista di "Face au Paradis".
Ma quando riceve i complimenti per l’interpretazione continua a stupirsi

Parigi - Ogni sera, quando la sala Popesco del Teatro Marigny viene giù per gli applausi, Eric Cantona se ne sta stupito sul proscenio a riceverli. Insieme con Lorànt Deutsch recita in Face au Paradis e già questa è una prima sfida: debuttare al fianco di un giovane mostro sacro, uno che a teatro ha fatto Amadeus di Shaffer, Victor ou Les Enfants au pouvoir di Vitrac, L'anniversario di Pinter, uno che al cinema ha interpretato La Fontaine e in televisione impersonato Jean-Paul Sartre... Tanto Eric è massiccio e bruno, una barba sale e pepe da pirata, tanto Lorànt è esile e biondo, una faccia glabra da studente. Lo stupore di Cantona è genuino, e me ne accorgo dopo lo spettacolo, all’uscita degli artisti. I complimenti lo mettono a disagio e si illumina solo quando gli dico che la pièce è molto bella. «Oh, sì, è un po’ come recitare la propria vita, mi si è incollata addosso».

Oggi Eric ha poco più di quarant’anni. Nel 1997 smise di colpo di giocare al calcio, lui che era l’idolo incontrastato del Manchester United, the King, il re dei tifosi il cui nome è ancora adesso scandito come una canzone dagli spalti dell’Old Trafford. Non è un caso che il più sociale dei registi inglesi, Ken Loach, gli abbia dedicato un film, Il mio amico Eric, in cui fa sé stesso, nume tutelare di un tifoso depresso che grazie ai suoi consigli e al suo esempio ritrova la stima perduta e riconquista la famiglia.

Nella lunga rivalità che accomuna nei secoli Francia e Inghilterra, Cantona è fra i rari esempi di un francese idolatrato oltre Manica, di un francese che in terra d'Albione abbia trovato la propria ragion d’essere. Perché prima di approdare al Manchester, Eric era stato la disperazione di molti club transalpini: non piaceva il suo modo di comportarsi, non piaceva il suo modo di esprimersi. Lui riassume il tutto così: «Se mi metti in una gabbia, io me ne vado, ma se mi dici che la mia gabbia è aperta, allora resto».

Questo modo aforistico di parlare ha fatto per anni la gioia dei suoi fans e la disperazione dei giornalisti, come quando diede l’addio agli stadi dicendo che i gabbiani volteggiavano sempre intorno alle navi in attesa di carcasse da mangiare... L’oscurità del linguaggio veniva però illuminata dalla sapienza calcistica e dalla reattività fisica: lo imparò a proprie spese un tifoso avversario, atterrato con un colpo di kung fu per aver fatto dell’ironia razzista sul suo essere marsigliese. Il gesto atletico costò a quest’ultimo l’ospedale e a Eric una sospensione dai campi di gioco di nove mesi, messa a frutto imparando a suonare, male, la tromba.

In Face au Paradis, Cantona è Max, contabile di un centro commerciale che si ritrova ferito e imprigionato nel crollo dell’intero stabile, alla mercé di un altro sopravvissuto, che non può vedere, ma con cui può parlare: ogni movimento di questi potrebbe essergli fatale e accettare che provi a salvarsi può voler dire rassegnarsi a morire.

Per quanto abituato a giocare una parte sui campi di calcio, Eric non ha mai confuso i ruoli: un calciatore recita sé stesso, ha sempre detto, un attore recita gli altri... A chi gli chiedeva il perché giocasse con il colletto della maglia alzato replicò che era stato un caso, trasformatosi poi in gesto scaramantico: «Ci sono calciatori che a ogni partita mettono sempre lo stesso paio di mutande: io preferivo cambiarle e tirar su il colletto»... Così, il passaggio dagli stadi ai set è stato graduale, proprio di chi, autodidatta, si scopre a poco a poco. Non è un caso che Cantona abbia esordito come produttore di spettacoli teatrali quando era ancora calciatore, allestendo a Parigi Qui a peur de Virginia Woolf, con Niles Arestrup e Myriam Boyer. E non è un caso che dal debutto cinematografico in Le bonheur est dans le pré, la sua sia stata una carriera in progress: Elizabeth, Les Enfants du Marais, L'Outremangeur (è qui che ha incontrato l’attrice Rachiida Brakni, che ha poi sposato e che ora è la regista di Face au Paradis), French Film, Le Deuxieme souffle. Quest'anno sarà la volta di Ensemble c'est trop, con Pierre Arditi e Nathalie Baye, ma se si dovesse citare un testo che illustra il perché di questo cammino, nessuno sarebbe perfetto come quella Ode à Canto che Gèrard Gelas mise in scena ad Avignone ancora a metà degli anni Novanta: la storia di un giovane calciatore che ha per idoli Cantona, appunto, e Antonine Artaud, il grande folgorato del teatro francese, meditazione su sport, teatro e cultura nella vita di un atleta in cerca di maestri.
Face au Paradis rimanda nel titolo al sogno di Max di costruire un albergo «ai bordi dell’oceano, lì dove l’orizzonte si vede sempre»; e questa idea dell’immensità che esiste, ma non si può toccare, è tutt’uno con una voglia di mettersi alla prova, di andare sempre più avanti, che è la cifra del Cantona post-calcistico. Si spiegano così l’esordio dietro la camera da presa per un cortometraggio tratto da un racconto di Bukovski, Bring me your Love, la passione per la pittura, unicamente paesaggi, quella per la fotografia che lo scorso dicembre l’ha visto esordire con un libro, Elle, lui et les Autres, Lei, lui e gli Altri, che raccoglie 150 immagini di gente che vive sulla strada, in Francia come in Brasile, come nelle isole Reunion. Il ricavato andrà alla Fondazione dell’Abbé Pierre, che si occupa dei senzatetto, di cui Eric è uno dei membri. Anche qui un lavoro paziente, fatto con una macchina manuale perché, come ha detto in un’intervista al Financial Times, «c’è una tendenza a fare ogni cosa molto velocemente, per risparmiare tempo, ma così perdiamo quegli istanti di piacere dati dall’imparare a conoscere poco a poco».
Insomma, pochi atleti, ma anche pochi intellettuali, possono vantare come Cantona un apprendistato così vasto, di cui il teatro è per il momento il punto focale. «Al cinema c’è molto di amatoriale e non ho mai fatto sullo schermo un lavoro così elaborato collettivamente. È un genere di lavoro in cui mi riconosco: da esso nasce la fiducia e dalla fiducia la libertà. È allora che si può rischiare».

Dopo lo spettacolo, il marsigliese Cantona va a rilassarsi al Berkeley, in avenue Matignon, il più british dei ristoranti parigini, lì dove fra le due guerre andavano Greta Garbo e la duchessa di Windsor, Marlene Dietrich e Paul Morand... Alle pareti ci sono biblioteche tromp l'oeil, quadri d’autore, velluti... In jeans e t-shirt, Eric beve a canna un’aranciata e se qualcuno si avvicina e gli fa i complimenti lo guarda stupito.