Caproni con la matita rossa e blu

Lettore alla Rizzoli per la narrativa italiana e straniera, passò al vaglio molti autori esordienti

Dalle carte conservate dagli eredi di Giorgio Caproni è emerso un faldone inaspettato. In mezzo ai testi poetici, quelli che hanno fatto di Caproni uno degli autori più intensi della poesia novecentesca, accanto alle critiche letterarie e ai racconti, sono stati rinvenuti novanta fogli che contengono pareri editoriali. Anche Caproni, dunque, come molti altri autori del Novecento, parallelamente all’impegno creativo, si è lasciato tentare dalla sirena dell’editoria. Un’attività che permette di incidere sulla diffusione culturale in modo ancor più profondo che con la pubblicazione di un singolo volume, se si pensa che dalle scelte di consulenti, funzionari e infine degli editori, dipende la diffusione di un testo o la sua condanna al più totale silenzio. Alcuni autori, come Vittorini, Pavese, Sereni, hanno ricoperto ruoli di rilievo presso case editrici (Einaudi e Mondadori, per i nomi citati), altri hanno collaborato esternamente, stilando giudizi editoriali sui libri pervenuti in vista di una possibile pubblicazione.
Caproni ha svolto attività di lettore per la Rizzoli, negli anni tra il 1966 e il 1972. E non si è occupato tanto di poesia (solo tre giudizi si riferiscono a raccolte di versi), quanto piuttosto di narrativa sia italiana che straniera. In quegli anni la Rizzoli cercava di inaugurare una nuova tendenza: dalla narrativa di ampia diffusione, anche umoristica, ambiva a passare alla pubblicazione di romanzi di qualità, alla ricerca del «caso letterario», politica che già aveva dato lustro a Feltrinelli, con Il dottor Zivago e Il Gattopardo, o a Einaudi con i libri apparsi nella collana «I Gettoni», diretta da Elio Vittorini. Questa nuova strategia aziendale portò alla costituzione di un gruppo di consulenti esterni, presieduto da Giacinto Spagnoletti, che si riuniva a cadenza mensile per fare il punto sul materiale a disposizione e sulle eventuali rettifiche da operare alle linee editoriali. Si inaugurarono nuove collane, prestando particolare attenzione agli esordienti e agli autori ancora in via di affermazione. Eppure, pur mantenendo un buon livello medio delle pubblicazioni, la casa editrice non ha mai trovato una punta che diventasse un vero best-seller.
I pareri di Caproni analizzano romanzi che non hanno fatto epoca. Alcuni di scrittori diventati noti (Bonaviri, Crovi, Sgorlon, Strati), altri di nomi che non hanno superato l'effimera fama di uno o due romanzi a stampa. Ci sono anche illustri rifiuti: Guido Morselli (pur consigliato di una revisione) e Paolo Maurensig, allora agli esordi come narratore, ben venticinque anni prima della sua affermazione. Ma la lettura dei pareri editoriali di Giorgio Caproni, ora pubblicati a cura di Stefano Verdino (Giudizi del lettore, Il Melangolo, pagg. 170, euro 16) hanno, oltre all’innegabile interesse di una carrellata su una fetta di produzione letteraria del secolo appena concluso, anche il pregio di una lettura piacevole, affascinante. La bellezza del parere di lettura in sé. Destinato a un pubblico «ristretto», e cioè ai soli funzionari della casa editrice, il testo editoriale rivela caratteristiche sue proprie, che non coincidono con la critica letteraria come si è abituati ad intenderla. Il linguaggio è in genere brillante e spiritoso, non lontano da certo humour che caratterizza anche la produzione poetica di Caproni, e reso ancora più spigliato dal fatto che i destinatari sono amici o comunque persone vicine per modo di intendere la letteratura, con un frequente uso di metafore (il curatore ne individua particolarmente due: quelle di ambito gastronomico e quelle musicali). Strutturalmente, il testo si articola in due parti: una breve narrazione della trama del libro, stilata sempre con estrema lucidità, e quella più prettamente «di mercato» che valuta il valore letterario del testo e il suo possibile impatto sul pubblico, in termini di vendite.
Si diceva della trama. In poche righe Caproni presenta tutta la vicenda. Non occorre dilungarsi in osservazioni pleonastiche, ma è necessario presentare in modo esauriente la storia e i personaggi. E proprio ai personaggi e agli ambienti, il poeta presta la maggiore attenzione. Gli piacciono personaggi credibili, «a tutto tondo», quelli che si potrebbero davvero incontrare per strada. Come pure gli ambienti che ama descritti con icasticità, ma senza concessioni al morto e sepolto Neorealismo che a volte sembra ancora far capolino dalle pagine soprattutto degli autori regionali. In anni in cui si proclamava la morte del romanzo, Caproni dimostra di credere ancora alla narrazione in prosa. Di cercare ostinatamente il bel libro, l’autore-rivelazione. Anche nella parte più strettamente tecnica, Caproni sa essere fresco, diretto. I suoi giudizi sono netti e sempre perfettamente argomentati. La lettura di queste prose inedite integra la conoscenza dell’autore agli occhi dei suoi estimatori. Insieme alle poesie, ai racconti, alle critiche, alle traduzioni, questi pareri completano la sua immagine di intellettuale. E confermano come il parere di lettura sia di fatto un genere letterario a tutti gli effetti, vitale ed elitario, con sue caratteristiche e peculiarità che solo da pochi anni si sta cominciando a scoprire.