Cara Melissa, meriteresti un tre

Frasi assurde, strafalcioni, scene erotiche grottesche: il romanzo della scrittrice siciliana è (involontariamente) esilarante. Una chicca targata Einaudi

Uno vede atterrare sulla sua scrivania il nuovo libro di Melissa P., Tre (Einaudi, pagg. 170, e ben 16 euro), e già freme. Il tempo gli sembra non passare mai mentre, carezzando la copertina, cupido di desideri, non aspetta altro che correre fuori dalla redazione. L’idea del rovente triangolo erotico che troverà all’interno delle pagine lo spinge ad accelerare il passo verso la sua alcova di lettura. È felice ma anche turbato (neanche fosse Veltroni) nell’avere tra le mani l’oggetto «hot» cui dedicano paginate e paginate tutti i femminili che si rispettino, onorato da intervista e anticipazione sulle pagine di Sette (inserto ex patinato del Corrierone)... Insomma, una nuova bibbia del bino che si fa trino, una liaison dangereuse molto autobiografica, grazie alla quale Henry Miller, Anaïs Nin e June Mansfield finiranno nella soffitta dei ricordi letterari, innocui quanto Nonna Speranza.

Poi, però, la realtà cala crudele sul lettore lubrico che, come Diderot, sperava in un capolavoro immortale, ma da leggere come una mano sola. Se è riuscito a sopravvivere al fatto che già a pagina 8 uno dei tre vertici della trinità peccaminosa, Gunther, è descritto con raro realismo e profondità psicologica - «Cacciato da tutti gli istituti e i licei di Roma per azioni sovversive e movimenti disturbisti... a diciotto anni aveva avviato il commercio dei pappagalli» - inizia ad incappare in insulti alla grammatica: come la parola «mangiatoi» (sempre i maledetti pappagalli che si nutrono in oggetti ignoti a Zingarelli e Devoto-Oli).

Ma se uno è davvero stoico e, grammatica a parte, vuole arrivare alle profonde verità erotiche che solo Melissa P. può raccontare, alla fine gli toccano: «Si portò un dito alla bocca, rosicchiò una pellicina alla base dell’unghia. E lì la trovò... Lì la trovò, incastrata fra unghia e dito. L’odore di lei, il suo sangue, il suo umore, le sue feci, rimasti attaccati alla pelle dalla notte prima. Gli piacque. Continuò a rigirarsi la pellicina infetta fra i denti». In un colpo solo si fa strame di sintassi e desiderio (eccitarsi con le pellicine era un po’ troppo anche per de Sade).

Il risultato, allora, è che il lettore decide di impugnare il libro solidamente a due mani e si diverte molto di più. Impossibile non ridere alla fatidica domanda: «Tu hai idea del perché mia madre mi impedisse di succhiarmi gli avambracci quando ero piccola?» (inizio del capitolo 22). Oppure che dire della metafora bucolica, degna di Calpurnio Siculo e dei poeti neroniani?: «Servendosi di bocca e dita scoprirono il significato della parola nutrimento, come quando i contadini e la terra si elargivano reciprocamente doni straordinari». Il desiderio vi è diventato piccolo piccolo, quasi foste eunuchi agrimensori dell’antica città di Ur?

Beh, e allora cosa è capitato alla parte cartesiana e razionale della vostra libido quando avete letto: «L’interesse che guizzò negli occhi di lui indusse Larissa a guardarli meglio: erano azzurri, un colore che considerava malvagio quanto il numero cinque»? Un ragionamento comunque infinitamente meno confuso di quello centrale della pagina che la segue: «Non le fu chiaro perché, di colpo, fra tutti i fili di pensieri che nuotavano nella sua testa, aggrovigliandosi, ne avesse scelto uno di cui non si era mai accorta, eppure doveva esserci da sempre, se si rivelava esatto» (chi interpreta esattamente la frase vince una copia quasi nuova de La filosofia nel boudoir).

Qualcuno deve aver detto alla signorina Panarello che per essere veramente erotiche un po’ di intellettualità e di ragionamento non guastano. Che bisogna essere un po’ come la Catherine Millet di La vita sessuale di Catherine M. (Mondadori). Ma la Millet è una delle fondatrici di Art Press e una critica di vaglia, e non basta mettersi un punto in fondo al cognome per andare a pari con lei. E se qualcuno aveva malignato che in 100 colpi di spazzola si vedevano le tracce di un editor molto più adulto dell’allora minorenne Melissa, rassicuratevi: in Tre le tracce dell’editor non si vedono mai (e dire che una volta Einaudi faceva rima con letteratura). Infatti se arrivate ai ringraziamenti ne trovate due veramente sentiti: uno «per le preziose informazioni astrologiche» e uno «per le “scese” di carte al telefono». La signorina P. deve aver atteso invano l’aiuto delle stelle, poi ha dovuto far da sola. Eppure basta leggere di nuovo nel volume per rendersi conto che aiuto ne avrebbe voluto. Ecco la confessione di Melissa-Larissa: «Quella sera si era applicata sopra il tavolo della cucina a scrivere qualsiasi cosa le fosse venuta in mente, purché scrivesse. Un proposito che man mano che procedeva le sembrava sempre più insano e inutile. Non trovava il senso nelle sue parole e, anche se ci fosse stato, che senso avevano tutte le parole?». E leggendo questa presa di coscienza vien voglia di abbracciarla, Melissa, ma castamente.