Caravaggio Un divino troppo umano

Malato, disperato e in fuga, il pittore realizza i dipinti più intensamente religiosi

Anche un disperato come Caravaggio aveva il senso del divino. In fuga da Malta, braccato e debilitato dalla prigione e dagli stenti, arriva in Sicilia, a Siracusa, dove viveva Mario Minniti, il compagno di gioventù che gli aveva fatto da aiuto e modello a Roma. Trova riparo e lavoro. Gira tutta la Sicilia, dal settembre 1608 a quel 18 luglio 1610 quando morirà solo e febbricitante sulla spiaggia di Porto Ercole.
E dipinge, dipinge forsennatamente, quadri religiosi, Natività, Adorazioni, Resurrezioni di Lazzaro, tra i più straordinari della sua breve e intensa esistenza. Opere che emanano una profonda religiosità. Quella dettata dalla Controriforma, interpretata con iconografie nuove e audaci, tinte cupe, lampi di luce divina. Protagonista è l’umanità, con le sue carni tetre e corrose, come quelle di Lazzaro resuscitato da un Cristo imperioso che con un braccio alzato lo irrora di luce. A ripercorrere quest’ultima fase di vita del grande pittore lombardo è una mostra aperta da pochi giorni a Trapani, curata dal novantasettenne storico dell’arte sir Denis Mahon. Una quindicina di opere, note e non, segnano le tappe delle ultime peregrinazioni siciliane.
La prima sosta, nel settembre 1608, è a Siracusa, dove il Senato della città affida al pittore l’esecuzione di una grande tela con il Seppellimento di Santa Lucia per la chiesa di Santa Lucia al Sepolcro. Un tema insolito giustificato dalla collocazione della chiesa sul luogo del martirio e della sepoltura della santa. Il risultato è un’opera drammatica, con la santa cadaverica riversa per terra, pronta ad essere seppellita da due scavatori. Il vescovo benedice la salma, mentre una piccola folla osserva pietosa.
Poco dopo, nel dicembre del 1608, Caravaggio è già a Messina, dove con l’archeologo Vincenzo Mirabella visita le latomie, le cave da dove i greci estraevano le pietre per costruire i templi. È ricercato, ma in Sicilia ha solide protezioni. Messina è una città importante ed è qui che il mercante Giovanni Battista de Lazzari gli ordina un quadro per la cappella maggiore della chiesa dei padri Crociferi, che curavano gli infermi. Il 10 giugno 1609 Caravaggio consegna una grande Resurrezione di Lazzaro. Uno scabro scenario avvolge il miracolo divino, sottolineato da forti raggi di luce. Il pittore lavora in una stanza dell’ospedale del convento di fronte ad un cadavere reale, portatogli da recalcitranti facchini. Ne risulta un quadro suggestivo, tragico, ma non apprezzato dal committente tanto da spingere il pittore a sfregiarlo con un pugnale per poi riaggiustarlo. Ma alla fine il mercante gli pagherà mille scudi d’oro.
A Messina Caravaggio realizza altri capolavori come L’Adorazione dei pastori per l’altare maggiore della chiesa di Santa Maria la Concezione, con una giovanissima Maria popolana sdraiata sulla paglia con il suo bambino, omaggiato da rudi contadini. O come la Salomé con la testa del Battista, o l’Annunciazione realizzata forse per la primaziale di Nancy, nel Ducato di Lorena, conservata nel Musée des Beaux Arts della città francese. Molte commissioni arrivano al pittore da fuori Messina, come quattro quadri con le Storie della Passione di Cristo ordinategli dal barone palermitano Nicola di Giacomo, che lo definisce «un pittore dal cervello stravolto».
E Caravaggio era proprio così, un genio carico di nevrosi quando lascia Messina per Palermo, dove giunge forse nell’agosto 1609. In questa città dipinge la bellissima Natività con i santi Lorenzo e Francesco per l’oratorio della confraternita di san Francesco d’Assisi: una vera e propria Madonna dell’umiltà in chiave moderna. Un forte raggio di luce portato da un magnifico angelo in volo colpisce Maria, una bella ragazza siciliana accovacciata di fronte al Bambino. Purtroppo l’opera è visibile solo in fotografia: rubata nel 1969, non è mai stata recuperata.
In compenso la mostra offre una novità. Una versione dei Bari ritenuta autografa di Caravaggio giovane da sir Denis Mahon, che l’ha recentemente scoperta in un catalogo d’asta e l’ha acquistata per il Museo Ashmolean di Oxford. Si tratta di un nuovo esemplare rispetto ai Bari scoperti nel 1986 e conservati al Kimbell Art Museum di Forth Worth (Texas). Secondo gli studiosi la nuova opera sarebbe una replica dello stesso pittore destinata alla vendita, mentre l’originale ritrovato nel 1986 sarebbe il dipinto appartenuto alla collezione del cardinal Del Monte.
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LA MOSTRA
«Caravaggio. L’immagine del Divino», Trapani, Museo Regionale Conte Agostino Pepoli fino al 14 marzo. Info: 0923-545512