Caravaggio, sei proprio tu?

N on si dà mostra senza almeno un nuovo Caravaggio. La febbre per le nuove attribuzioni a Michelangelo Merisi non accenna a fermarsi. E anche la ricca rassegna sulla scena artistica capitolina nella prima metà del Seicento, intitolata Roma al tempo di Caravaggio, e ospitata dal 16 novembre al 5 febbraio a Palazzo Venezia, non va esente da questa corsa all’individuazione di nuovi dipinti che vadano a rimpinguare il catalogo del genio lombardo. In realtà l’esposizione curata dalla Soprintendente al Polo Museale Romano Rssella Vodret avrebbe dovuto costituire soprattutto una sorta di ricognizione nell’ambito del caravaggismo, ossia delle esperienze maturate da quei pittori che interagirono direttamente col Merisi, o ne furono i seguaci di prima e seconda generazione. Ma il tour de force tra circa 140 opere è «impreziosito» da due «nuove proposte», come recita il catalogo edito da Skirà.
La prima è il Sant’Agostino emerso dal mercato per l’azione dell’antiquario inglese Clovis Whitfield, ricondotto dalla professoressa Silvia Danesi Squarzina al Caravaggio in ragione di un’indicazione dall’inventario Giustiniani. Ipotesi che Vittorio Sgarbi e il sottoscritto hanno confutato su queste pagine, e che poi ha raccolto il no quasi unanime degli esperti del Merisi. A una visione diretta l’opera appare ancora più scadente che nelle riproduzioni, al punto da dubitare anche che possa essere opera di un seguace brillante come Bartolomeo Cavarozzi. La seconda «proposta» è se possibile ancor più sconcertante. Si tratta della «Flagellazione» di Santa Prassede, presentata, dietro indicazione di Claudio Strinati, come «una precoce testimonianza dell’attività giovanile del Merisi». L’anomalia è che il dipinto viene già citato da Vasari, la cui morte risale al 1574, (quando Caravaggio aveva solo tre anni), come opera di Giulio Romano, il gigante del Manierismo, morto nel 1546. L’arrivo a Roma di Caravaggio è invece fissato non prima del 1592, e non si ha notizia di una sua attività pittorica precedente. In realtà quella di Strinati non è una «nuova proposta», perché riprende una vecchia idea (formulata per la prima volta nel 1955) da Maurizio Calvesi, secondo cui il quadro sarebbe legato a una venuta a Roma di Caravaggio alla fine dell’ottavo decennio del Cinquecento, assieme al suo maestro Simone Peterzano. Viaggio di cui non si ha naturalmente notizia alcuna nelle fonti antiche. Di più, il dipinto è su tavola, un supporto che a Roma cadde in disuso nella seconda parte del Cinquecento, sorpassato dalla tela. E presenta delle citazioni a diverse opere di ambito proto manierista di inizio Cinquecento (tra cui lo Spasimo di Sicilia di Raffaello, del 1517), sufficienti a confermarne l’attribuzione del Vasari, che nella scheda in catalogo (firmata da Calvesi) viene liquidata come «tradizionale», quasi si tratti di una favola, costruita chissà come ancor prima che il quadro fosse materialmente realizzato. Ma tant'è: sulla base di non sappiamo quali evidenze stilistiche Strinati ha pensato che si potesse gettare alle ortiche la fonte per eccellenza della storia dell’arte, spostando almeno di mezzo secolo la datazione di un dipinto. E facendone così una delle primissime opere del giovane Caravaggio, da affiancare, cosa sommamente improbabile, al Bacchino Malato e al Ragazzo con la canestra di frutta. Un’attribuzione che, siamo pronti a scommetterci, è destinata a durare un po’ meno di quella del Vasari…