CARDINI Rifondazione boccaccesca

Critica letteraria e ricerca storica si affiancano Con un tocco di autobiografia tutta fiorentina

Lo strutturalismo vorrebbe che l’analisi dei testi venisse compiuta nell’indifferenza, quasi nell’ignoranza della loro origine storica. Autore e opera si dovrebbero scindere, seguendo ciascuno la propria strada. Le Cento novelle contro la morte. Giovanni Boccaccio e la rifondazione cavalleresca del Mondo, di Franco Cardini (Salerno Editrice, pagg. 153, euro 11), pare scritto apposta per contestare questa tesi.
L’origine soggettiva del saggio è già notevole. Cardini non si presenta come freddo osservatore, come lettore distaccato di un testo da utilizzare per una riflessione di carattere storico. Al contrario offre la propria interpretazione di Boccaccio nel suo sanguigno carattere di fiorentino d’Oltrarno, per il quale le novelle del Decamerone sono state prima racconto e poi lettura. La scelta, o il destino, dello studio del Medioevo ha arricchito questa contiguità di contenuti e di riflessioni, ma anche di scoperte che tracimano in questo libro. In fondo il senso della tradizione di un testo è proprio questo, l’essere partecipi di una continuità di lettura e conoscenza che parte dalla sua stesura per giungere all’oggi. Una conoscenza che in termini postmoderni potrebbe essere definita ipertestuale, collegata a elementi di contorno variamente collegati a loro volta al testo base e tutti illuminanti rispetto ai suoi significati. Non solo di contorno, dato che la somma di conoscenze accessorie finisce per essere determinante nella comprensione profonda dell’opera, imponendo una lettura forse diversa da quella corrente. Che questo sia il senso dell’operazione di Cardini viene chiarito in modo esplicito dal racconto del percorso compiuto quotidianamente da bambino e poi da adolescente per recarsi a scuola, attraverso luoghi che evocano il passato medievale di Firenze.
Lo storico, e il fiorentino, non vuole comunque sostituirsi al critico, o almeno questo dichiara nell’introduzione, ma solo affiancarlo, fornire il sapere di contorno. Così facendo dischiude un mondo di significati ulteriori che la collocazione storica del testo rende leggibili e costringe il lettore a seguire lo studioso in un percorso nel quale critica letteraria e ricerca storica divengono una cosa sola.
Il Decamerone non è una raccolta di novelle, avverte Cardini, ma un’opera compiuta quanto la Divina Commedia, della quale conserva anche alcune scansioni formali. Per esempio la suddivisione in cento elementi, canti in Dante, racconti in Boccaccio. Ogni novella non si pone quindi come monade, ma come tappa di un percorso, e i dieci giovani che per dieci giorni si raccontano storie di amore e di morte non sono un artificio quanto i veri protagonisti della vicenda. Ciascuno ha un carattere e una funzione. Anche per loro i numeri hanno un significato. I tre uomini e le sette donne adombrano la Trinità e le virtù, ma la polisemicità del simbolismo si apre anche a suggestioni differenti.
La peste allora non è occasione formale, riferimento storico, ma punto di partenza per l’interpretazione. Nelle pagine iniziali del saggio Cardini mette in evidenza le spaventose dimensioni della sciagura che si abbatté sull’Europa alla metà del Trecento. La popolazione fu ridotta di un terzo, forse anche di più. Le località più colpite restarono spopolate e in alcuni casi sono tornate al livello demografico precedente solo nell’Ottocento.
In questo contesto il Decamerone si offre come proposta di rifondazione etica di una società annientata nei valori e nella struttura. Perciò le novelle, e soprattutto la cornice che le organizza, sono un percorso che va dal caos prodotto dal morbo a un nuovo ordine fondato sulla cultura cavalleresca medievale, precedente alla peste e già allora in crisi di fronte alla nascita dell’etica della mercatura.
Il Decamerone si affianca in questo modo al Don Chisciotte di Cervantes, racconto avventuroso ma anche disperato messaggio etico. Qui riappare, in forma diversa, la lezione strutturalista. La collocazione dell’opera nel suo contesto fa sì che la sua interpretazione si allarghi forse oltre i confini progettuali immaginati dall’autore. E questo è con molte probabilità il senso proprio dell’arte, la sua capacità di superare il contingente, la sua disponibilità ad una lettura e una fruizione multiple. Un mistero umano per il quale alcuni prodotti trascendono la misura originaria per entrare in una dimensione diversa, la cui natura ci sfugge.