Cardiochirurghi sotto accusa

Negli ultimi 20 anni, la cardiochirurgia italiana ha raggiunto livelli di assoluta eccellenza. Sta crescendo però un clima di sfiducia. Incontriamo Lorenzo Menicanti, vicepresidente (futuro presidente) della Società italiana di chirurgia cardiaca (Sicch), una associazione con 700 iscritti. Menicanti con Alessandro Frigiola (cardiochirurgia pediatrica) dirige il team cardochirurgico del Policlinico San Donato di Milano, un istituto di ricovero e cura a carattere scientifico. Con 42mila interventi dal 1989 al dicembre 2010, di cui 1750 lo scorso anno, è una vera eccellenza sul piano europeo. Oltre 140 cardiochirurghi statunitensi hanno compiuto stage a San Donato per specializzarsi sul trattamento chirurgico dello scompenso.
«I cardiochirurghi – afferma Menicanti - hanno conseguito risultati straordinari sul fronte della sicurezza e dell’efficacia al punto da far apparire banale una chirurgia complessa. Si è così diffusa, nell'immaginario collettivo, l'idea falsa di una pratica chirurgica priva di rischi. Nella società dei nostri giorni, l’unico vero tabù è rappresentato dalla morte che, se non spettacolarizzata e quindi emendata dalla sua realtà profonda, viene percepita come un estremo oltraggio e pertanto allontanata, rimossa. Si vuol negare la malattia e la morte. Derivano da questo distorto comune sentire una serie di sfavorevoli conseguenze che coinvolgono la vita professionale del cardiochirurgo. Per il nostro sistema giuridico quando si ha una denuncia l'onere di provare la colpa del medico non ricade sul denunciante , ma è il medico stesso che deve provare di aver agito correttamente. Questo è un abominio giuridico che, nella pratica medica quotidiana, viene considerato ed accettato come del tutto regolare».
Tutti sono pronti alla denuncia,ma non al riconoscere i risultati che ogni giorno si registrano anche in molti casi che sono in realtà disperati. Si operano sempre più i grandi anziani in precarie situazioni di salute, con più malattie gravi, dal diabete alla obesità, ma si fa fatica ad accettare possibili gravi complicanze che si possono manifestare dopo l’intervento.
«Molte perizie chieste dai tribunali si basano sull’arrogante presunzione della infallibilità del chirurgo e non su riscontri oggettivi, sulla conoscenza delle complicanze proprie di determinati interventi. Si devono creare in seno alle Società scientifiche dei gruppi di esperti a cui i chirurghi denunciati possano ricorrere per un parere qualificato e autorevole , una maggiore trasparenza, un supporto alla propria attività, come avviene nel Regno Unito attraverso la Medical Defence Union. Infine bisogna supportare il progetto di legge per la depenalizzazione della colpa medica: è così in tutti i paesi civili ed in particolare in Europa. Depenalizzare l’atto medico è secondo alcuni giuristi contro la Costituzione e così ci troviamo in compagnia di due soli paesi al mondo : Polonia e Messico. É una realtà sconsolante».
Una indagine della Società italiana di chirurgia cardiaca rivela che su 70 cardiochirurgie italiane il 100% dei chirurghi apicali ha in corso o ha avuto denunce per omicidio colposo. Nemmeno la camorra è in queste condizioni. Per queste ragioni e per i costi sempre più insostenibili delle assicurazioni professionali per un giovane diminuisce il numero degli iscritti alle scuole di specializzazione chirurgiche. Il giovane chirurgo non trova lavoro facilmente negli ospedali, si sente frustrato, soccombente sotto una realtà amministrativa che lo affossa, alle prese con i Drg più che con il malato. I manager amministrativi, nominati dalla politica, si atteggiano a grandi protagonisti della realtà ospedaliera e non perdono occasione per far sentire ai medici la loro sudditanza. Per la nostra società edonistica il sacrificio di un lungo apprendistato va evitato. «Fare il cardiochirurgo – afferma Menicanti - vuol dire accettare grandi stress psico-fisici e se non vi è la passione lo sforzo è rifiutato».