«Cari intellettuali... Sì, questa è cultura»

Intervista con l’italianista Franco Brevini che nel saggio «Un cerino nel buio», rivaluta Internet, videogiochi e cartoon, contestando tutte le profezie sulla morte della conoscenza

Contrordine compagni: non viviamo in un’età di imbarbarimento e oscurantismo, ma in una rigogliosa epoca di mutazione, dove alla cultura classico-umanistica si è sostituita quella di massa, dove le ultime generazioni hanno abbandonato i musei polverosi dello specialismo e dell’accademia per riversarsi negli scintillanti luna park dei saperi diffusi e della pop culture, dove nuovi linguaggi e modelli di conoscenza hanno abbattuto le Porte Scee della cultura classica. Apocalittici addio. Qui fuori non ci sono i barbari, semplicemente i «portatori» di una cultura diversa, che non significa mancanza di cultura. L’Informazione e la Conoscenza non sono mai state così bene, la tanto esecrata cultura dei nuovi media, invece che offuscare le menti accresce le nostre capacità intellettive, e i figli della società mediatica sono meno colti dei loro padri ma più intelligenti e vitali.
A disegnare questo scenario non è un rivoluzionario hacker, ma un compassato professore universitario, Franco Brevini, italianista all’Università di Bergamo e allo Iulm di Milano, tra i massimi specialisti di poesia dialettale in Italia nonché gloriosa firma della terza pagina del Corriere della Sera. Il suo nuovo saggio-pamphlet s’intitola Un cerino nel buio (Bollati Boringhieri) e, contrariamente a ciò che fa credere la quarta di copertina, non percorre una fantomatica «terza via» tra fantasmi apocalittici sull’«eclissi del classico» da un lato ed entusiasti apologeti della «nuova cultura democratica» dall’altro, ma sostiene la parte di chi ha accettato che c’è stata una svolta epocale e vuole capirla, non esorcizzarla.
Professor Brevini, immagino che cosa pensano del suo libro i colleghi che agli esami si trovano di fronte studenti che non sanno chi è il Bembo o credono che D’Annunzio sia un estetista...
«Il punto non è che i nostri ragazzi siano più ignoranti della generazione precedente. Quella è la conseguenza di una situazione che si è venuta a creare all’interno delle tre grandi istituzioni deputate a trasmissione e produzione del sapere: e cioè scuola, editoria e giornalismo. Il punto, piuttosto, è che oggi prevale un’idea della cultura un po’ da Wwf, come fosse un patrimonio da tutelare invece che uno strumento per interpretare la realtà. È inutile indignarsi di fronte ai mali della società contemporanea, bisogna capire che cosa ci sta portando di buono. Che è tanto».
Ma licei e università sono allo sfascio, i giornali rincorrono i lettori virando verso il basso e l’editoria si è venduta al mercato del bestseller...
«Sì, certo: l’imbarbarimento da un certo punto di vista è innegabile. Ma l’impressione apocalittica è veicolata soprattutto dalle istituzioni più conservatrici - scuola, vecchia editoria, tv generalista - incapaci di rinnovarsi e di aprirsi ai nuovi linguaggi. Pensiamo ai giornali: da un po’ di tempo riempiono pagine a tema e i tagli bassi delle “prime” di argomenti leggeri al limite del gossip per raggiungere, almeno così credono, un pubblico più ampio. È un errore: la soluzione non è nell’inseguire la tv sul terreno della cronaca spicciola o i settimanali su quello del voyeurismo, ma nel trasformarsi, in sinergia con il Web, in nuovi strumenti di orientamento sul mondo: approfondimenti, analisi, commenti. E che sappiano usare i nuovi linguaggi di questa cultura “altra”».
E quali sono questi nuovi linguaggi?
«Nel caso della vecchia cultura c’era l’idea di un solido approfondimento monografico, accademico, critico: un atteggiamento alla Fortini, l’intellettuale-studioso che scava fino in fondo un problema, ma non sa nulla di tutto il resto. Ora, invece che andare a fondo si fa surfing, che non significa essere superficiali, ma spaziare da un settore all’altro, dall’informatica al latino, tenendo conto di una maggiore complessità del mondo del sapere e dell’informazione, dove tutto è interconnesso e dove vince chi si dimostra attento a una pluralità di ambiti culturali sacrificando la specializzazione, spesso sterile. Tutti dobbiamo occuparci di scienza, di nuove tecnologie, di musica pop, di cinema».
L’apologia delle potenzialità letterario-filosofiche del fumetto e del videogioco... Già sentita.
«Ma è così: non vogliamo ammetterlo ma c’è stata una rivoluzione. È venuta meno la distinzione tra alta cultura e prodotto di massa, che si ritiene “degradato” ma che in realtà possiede gradi diversi di lettura. Pensiamo ai Simpson o alla Famiglia Griffin: apparentemente semplici cartoni animati - così vengono percepiti dai ragazzini -, in realtà testi molto più complessi, attraversati da un reticolo di riferimenti culturali, citazioni colte, strizzatine d’occhio alla cultura alta che li fanno apprezzare, consciamente o meno, anche dagli adulti. I creatori di molta pubblicità, dei videogame o del cinema di animazione di ultima generazione, come L’era glaciale o Ratatouille, sono molto meno barbari di quanto si pensi. E i loro “prodotti di massa” qualcosa di molto più sofisticato di quanto si creda».
Sta dicendo che l’intellettualità di casta, cioè i vecchi chierici, sarà spazzata via dall’intellettualità diffusa di questi nuovi «creativi»?
«Sto dicendo che per molti ciò a cui assistiamo è il crepuscolo della cultura tradizionale classico-umanistica. Per me è l’alba di una nuova stagione segnata dall’affacciarsi di nuovi saperi, nuovi pubblici, nuove dinamiche. Un mix di musica, tv, Internet, consumi, tecnologia».
Ma chi sono questi «creativi»?
«I miei studenti così come i miei figli, che magari non sanno chi è il Bembo ma che si spostano dal cellulare al Pc, dal decoder alla playstation, che sono collegati costantemente a Internet dove hanno imparato a trovare di tutto, che passano dalle partite del campionato tedesco ai telegiornali della Cnn, che d’estate girano il mondo, che hanno mega-librerie sotto casa... Si sono fatti avanti nuovi soggetti, le deprecabili “masse”, sempre più protagoniste e che hanno cambiato le tavole dei valori: la cultura con la “C” maiuscola, quella che aveva come modelli Einaudi, Croce o Gramsci è una cultura d’élite che sta morendo. La cultura vera, invece, la mass-culture, quella del popolo dei megastore e della Rete, è diventata un fatto più condiviso. Oggi circola più cultura di un tempo. Nonostante i continui certificati di morte presunta, la cultura non ha mai goduto di una salute tanto buona come nella società attuale, in tutti i sensi. Pensiamo alla narrativa: tutti rimpiangono gli anni ’50-60 e si lamentano dei romanzi contemporanei che arrancano dietro ai fumetti e al cinema... Eppure sono convinto che oggi i nostri scrittori mediamente sono più bravi di Pratolini e Calvino».
Lei è più ottimista di Alessandro Baricco che nel suo Viaggio alla ricerca dei nuovi barbari, da un punto di vista diverso, ha affrontato gli stessi problemi.
«Baricco è un intelligente esponente della vecchia casta, uno di quelli che beve il Barbaresco di Dogliani non certo la sangría nel tetrapak. Uno che forse fa fatica ad accettare che il destino della società si chiami “democrazia culturale”. Lo scenario che si profila non è privo di ombre, lo riconosco: la rincorsa verso il basso in molti settori della vita culturale è preoccupante. Ma stiamo attenti: insieme all’acqua sporca - che scorre sui canali tv, nelle università e in molta editoria “usa e getta” - non buttiamo via anche il bambino. Nel nuovo c’è molto di buono, basta vederlo».
E che cosa serve per vederlo?
«A volte basta un cerino. Nel buio fa moltissima luce».