La carica dei 600 mini rugbisti «Ci si fa più male con il calcio»

Grazie ai successi azzurri nel Sei Nazioni, sempre più ragazzi tra i 6 e i 15 anni scelgono la palla ovale

Welcome rugby! Milano suona la sveglia. Sono quasi 600 i giocatori in erba, dai sei ai 15 anni, che imparano i rudimenti della palla ovale inquadrati nelle quattro società sportive cittadine. Merito del quarto posto ottenuto dagli Azzurri nel torneo Sei Nazioni e merito della costanza con cui le associazioni sportive portano nelle scuole primarie e secondarie di Milano la conoscenza di una disciplina corretta e leale. «Da un po’ di tempo - confermano alla Federazione di via Piranesi - sono proprio i più piccoli a chiedere a mamma e papà l’iscrizione a rugby».
Strano gioco questo per chi pensa solo al calcio. «Il fatto è - spiega Pier Andrea Letizia, allenatore dei giovani della Amatori Milano Junior - che il rugby è uno sport di contatto e per i bambini d’oggi il contatto fisico con altri coetanei è vissuto come una liberazione: i nostri figli hanno molte, troppe inibizioni». Gli fa eco Francesco Azzolari, del Rugby Milano: «Il rugby piace perché è uno sport dove nessuno primeggia e tutti sono utili, non ci sono il campione e il brocco ma solo amici concentrati sul gioco di squadra». Nessuna competizione, ambiente sano, superamento della timidezza: «Addirittura - dice Carla Felici , responsabile propaganda della Union Rugby 96 - molti genitori ci portano i bambini più timidi su consiglio del pediatra».
Un fatto è certo: il rugby migliora la disponibilità a relazionarsi con gli altri «Dopo la partita più dura - diceva Marco Bollesan, per 14 anni capitano azzurro - viene la pace più bella del mondo». Perché la palla ovale è l’unico sport con un tempo in più, chiamato terzo tempo, dove allenatori, giocatori di entrambe le squadre e arbitri festeggiano tutti insieme in pura convivialità, indipendentemente dal risultato della partita. E così i “chicken” del rugby (guai chiamarli pulcini!) fanno un gioco a misura del loro peso e della loro muscolatura: «I più piccoli - dice Enzo Belluardo coordinatore tecnico dei giovani dalla Under 7 alla Under 17 del Cus - si accostano al rugby a cinque-sei anni. Così imparano a correre, a cadere (agilità al suolo) a sperimentare il contatto fisico e a giocare un rugby elementare in cui apprendono cosa sono la meta, il placcaggio, i passaggi all’indietro e i fuori-gioco». Incidenti e traumi fisici? Belluardo scuote la testa: «Che questo sia uno sport più violento di altri è un’opinione contraddetta dai dati: gli infortuni nel rugby sono paragonabili a quelli di basket e volley e di gran lunga inferiori agli incidenti giocando a pallone». Lo dice, in una recente inchiesta, la Sportass, la Cassa di previdenza per l’assicurazione degli sportivi.
Tornando ai più piccoli, la quota annuale di iscrizione a una delle quattro società milanesi oscilla tra i 200 e i 260 , tutto compreso. Gli sponsor scarseggiano e le società devono autofinanziarsi, però volete mettere la gioia per un under 13 di giocare otto match ufficiali a stagione?