Carlo Linati, avanguardista letterario

C’è un insospettabile, che si aggira tra i banconi delle librerie in questi giorni e che da sempre è condannato dalla polvere accademica non a precursore di una scrittura (e di una vita) che potremmo definire «postmoderna» ma ad autore dimenticato, trascurato, imprigionato nelle sabbie mobili di esponente della grande tradizione della «Lombardia stravagante». Quella segnata amorevolmente da Dante Isella che vedeva in Carlo Linati, lui l’autore insospettabile, come «un ponte tra Carlo Dossi e Carlo Emilio Gadda».
Di Linati vengono oggi riproposte le Passeggiate lariane (Edizioni Il Polifilo, pagg. 132, euro 22): la prima pubblicazione è del 1939 per Garzanti, poi poche altre edizioni, per lo più a carattere locale, e l’oblio. Un oblio non meritato perché Carlo Linati non è stato solo il «passeggiatore solitario» del Lago di Como, «scrittore lombardo» (etichetta che non gradiva) delle bellezze di quei luoghi. Fu un artista eclettico, capace non solo di aderire alle avanguardie ma di anticipare attraverso molti suoi scritti il nostro presente. Nato a Como nel 1878 Linati è stato tra i primi futuristi, poi legato da grande amicizia anche con Gian Pietro Lucini, tra i primi scapigliati (per Linati «un’allegra brigatela d’amici»), ma sempre rivendicando una propria «autarchia culturale». Molti lo ignorano ma Linati è stato tra i primi traduttori di Dickens, Stevenson, Yeats (i due si vollero conoscere di persona), James e James Joyce: proprio a Linati, in una lettera del loro fitto carteggio, Joyce confidò per primo l’idea e gli schemi del suo Ulysses.
E a colpire, anche in molte pagine di queste Passeggiate è la sua abilità di «scrittore frammentista»: quasi un comprendere, con decenni di anticipo, come anche i lettori sarebbero cambiati nel tempo. Non più legati a una prosa da «romanzo romantico» ma ad un qualcosa di innovativo, veloce, che non spiazzasse, come spesso fecero i libri futuristi, ma che innestasse una marcia di velocità in più.
Quasi la teorizzazione, non vorremmo essere troppo arditi ma le somiglianze ci sono, di quell’idea di «esistenze ridotte a palinsesti» del William Gaddis de Le perizie, primo vero romanzo postmoderno. A molti potrà sembrare un’eresia l’accostamento dei due libri ma a una lettura comparata i punti in comuni sono più di uno.
Neologismi, frasi spesso brevissime, punteggiatura frequentemente da telegrafista alternata a passaggi spesso molto lunghi, quasi privi di punteggiatura. E poi un’ironia feroce che non sfuggirà ai lettori più attenti nell’immedesimarsi nelle descrizioni dei luoghi quasi «sospesi nel tempo» in contrasto con le metropoli che vantano il proprio «progresso». «Quando vado per le nostre città moderne, e osservo qua e là l’opera chirurgica che il piccolo demolitore va esercitando nei vecchi agglomerati cittadini, mi arrabbio poi a vedere come spesso da quel “pulito” non sorga un bel nulla e come tante ferite aperte furiosamente nel corpo di una città rimangano lì aperte e boccheggianti, senza che si pensi minimamente in alcun modo a rimarginarle: e cioè sorga, tutt’al più una palizzata che rinchiude lo squarcio compiuto. E allora mi chiedo se valeva proprio la pena di aver fatto man bassa su tante pietre e memorie e tradizioni e visioni di vita passata soltanto per il gusto di tirar su una palizzata da appiccicarvi degli avvisi».
Ma Linati è stato anche un personaggio a dir poco bizzarro: giornalista della Stampa e del Corriere della sera, fu anche inviato del Touring club. Girò l’Europa ma agli agi del treno e della macchina alternò anche viaggi in bicicletta, canoa e persino su di un rullo compressore!
Fu anche l’autore, lui che era stato tra i primi ad aderire al Movimento, a lanciare da un biplano dei volantini antifascisti su Milano nel 1925. Lo spinse la sua «autarchia culturale», la stessa che era invisa a molti; la stessa che forse ha contribuito al suo oblio. La speranza è che con questa nuova edizione di Passeggiate Lariane si possa fare nuova luce su uno dei più validi ma dimenticati scrittori del nostro Novecento.