Carlo Magno e il mistero del manoscritto rubato

Nel 1879 sparì dal British Museum un codice medievale contenente un poema burlesco sull’imperatore. In un saggio il caso di spionaggio filologico...

Dal 1823, anno in cui i manoscritti della King’s Collection creata da re Giorgio III vennero trasferiti nella biblioteca del British Museum, due sono i pezzi pregiati spariti dagli scaffali: l’«Additional 45896», perso nel 1948 (ma, se non altro, ne esiste una copia facsimile), e il «Royal 16 E VIII», volatilizzatosi nel 1879. Due furti in 182 anni: messa così, la cosa può sembrare uno spot sul rigore e l’affidabilità delle istituzioni inglesi. Invece, a ben vedere, il dato è sorprendente.
Basta leggere lo studio di Carla Rossi dedicato a Il manoscritto perduto del «Voyage de Charlemagne» (Salerno Editrice, pagg, 136, euro 10) per capirlo. L’autrice, dottore di ricerca all’Università di Friburgo, si occupa di letteratura burlesca medievale e rinascimentale e ricostruisce le vicende che assumono contorni da «spionaggio filologico» relative al poema fanta-comico. Ebbene, l’unico manoscritto di quel Voyage era (o è ancora, nel caso sia in possesso di un collezionista) contenuto proprio nel «Royal 16 E VIII». Nel 1879, spiega Rossi, per consultare un’opera nella magnifica Main Reading Room era sì obbligatorio ottenere un permesso d’ingresso personale, ma: «Vi si poteva accedere con borse, cappotti, libri e carte; i lettori \ compilavano i cosiddetti call slips, che consegnavano poi agli impiegati del banco centrale, i quali smistavano le richieste. I manoscritti venivano portati al tavolo di chi ne faceva richiesta direttamente dagli impiegati del Manuscript Department, per poi essere riconsegnati dai lettori agli impiegati del banco centrale, che rendevano le cedole, come ricevuta». In queste condizioni, due furti in 182 anni non sono un misero spot, ma una benedizione dal cielo (una digressione sulla sacralità del libro, che i nostri tempi hanno del tutto smarrito, ci condurrebbe troppo lontano. Quindi, meglio restare ai fatti. E alle ipotesi, che in un’indagine - tale è il lavoro di Rossi - sono l’anima del discorso).
Tornando alla sparizione del codice, i fatti certi sono questi: 7 giugno 1879, l’opera viene consegnata a un tale signor Rothe, il quale l’avrebbe (il condizionale è d’obbligo, visto che egli resta il principale indiziato...) riconsegnata poi agli addetti; 9 giugno, il signor Rothe chiede nuovamente il codice in consultazione, ma il codice non si trova; 23 giugno, Edward Maunde Thompson, responsabile della sezione manoscritti del British Museum, scrive una lettera al direttore generale del museo, Sir Edward Augustus Bond, annunciandogli la sparizione del manoscritto. La speranza di un’errata collocazione svanì pochi anni fa, il 5 gennaio 1999, giorno in cui terminò il «trasferimento di tutti i manoscritti dallo storico edificio del British Museum alla nuova struttura della British Library a St. Pancras». Del Royal 16 E VIII nessuna traccia: missing.
Visto che il saggio è un gustoso ibrido in cui l’indagine filologica assume tinte «gialle» (in fondo, siamo nella patria di Sherlock Holmes e Miss Marple...) non sveleremo il finale «aperto». «Il 1879 - scrive l’autrice - è un anno emblematico: segna nel contempo la scomparsa del Royal 16 E VIII dalla Sala di Lettura del British (il 7 giugno), l’allontanamento di August Rothe da Godalming (il college a Sud di Londra dove viveva ed era docente di tedesco, ndr) e dal proprio impiego (in maggio), la fine degli studi di Robert Reinsch e di John Koch (altri due tedeschi che in quel periodo avevano certamente consultato a più riprese il codice in questione, ndr) presso la Biblioteca britannica (in aprile), e in ultimo la pubblicazione del VdC (il Voyage, ndr) ad opera di Eduard Koschwitz (a fine anno). Si tratta di pure coincidenze?». Aggiungiamo soltanto che Koschwitz, anch’egli tedesco, «consacrò una vita intera allo studio del VdC» pur non avendolo mai consultato, dandone varie edizioni sulla base del facsimile del manoscritto effettuato da Koch. E che nel 1879 «uno dei maggiori (se non il più importante in assoluto) mercanti di libri antichi e di manoscritti, in Europa, era il prussiano Jacques Rosenthal. \ Volendo ipotizzare che, nel 1879, qualche tedesco si sia impossessato del manoscritto, non sarebbe improbabile che il codice sia passato attraverso uno degli “antiquarian bookshops” dei Rosenthal».
Agli inizi dell’Ottocento, il Voyage de Charlemagne à Jérusalem et à Constantinople era considerato «il più antico monumento della letteratura francese». Nel 1836 ne uscì a Londra l’editio princeps, in inglese ma curata dal francese Francisque Michel. Il documento incuriosì da subito i filologi tedeschi, desiderosi di mantenere la leadership mondiale in materia. Poi, per la Francia, vennero il disastro di Sedan (1870) e la pace pagata con la cessione alla Prussia di Alsazia e Lorena. E fra il bottino di guerra ci fu forse anche un codice in cui ci si burla del franco Carlo Magno...