CARLO V L’imperatore manager

In molti campi fu un perdente, ma gettò anche le fondamenta dei moderni stati nazionali

Fatte salve le distanze storiche, gli efferati globalizzatori, le potenti multinazionali odierne, i più agguerriti mercanti planetari fanno la figura dei bottegai di quartiere in confronto a lui, il «re più re di tutti», l’uomo che con una punta di snobismo firmava le sue carte con un disarmante Yo, el Rey, ma nelle questioni diplomatiche e nell’ufficialità aveva maturato il diritto di passare dal moderato ossequio di Vuestra Alteza, allo spropositato cerimoniale di Vuestra Sacra Cesárea Católica Real Majestad, scandalizzando i pii che ritenevano una tale nomea più idonea a Dio, che a un mortale, seppure asceso al trono del Sacro Romano Impero. Quel sovrano fuori misura è Carlo V (Gand, 1500 - monastero di Yuste, Estremadura, 1558), sulle cui terre, strette a tenaglia intorno all’ansiosa e battagliera Francia di Francesco I (con cui l’Asburgo, l’Austrias, come lo chiamavano i sudditi iberici, ingaggiò un conflitto di quasi quattro decenni, illuminato da una sfida a duello tra i due coronati, virtuale, ma in sublime stile da gentiluomini e da cavalieri antichi), il sole non tramontava mai, perché calando dietro Gibilterra scaldava le Indie coloniali, e quando affondava tra le onde del Pacifico, illuminava il Danubio e Vienna, avamposti orientali dell’Impero, percossi dalla marea ottomana dell’avversario più ostico, Solimano il Magnifico. Gli scrivani, i letrados forgiati dai Collegi Maggiori, istituiti da Carlo per la nuova burocrazia professionale, istruita in teologia e giure, vergavano una ventina di righe per elencare in rituale ordine (in forma sintetica, s’intende) le sue titolature dinastiche, e un piaggiatore napoletano, Ferrante Carafa di San Lucido, poteva ancora, dopo la battaglia di Lepanto del 1571, inanellare un poemetto in endecasillabi con l’elenco delle sue eredità territoriali, limitandosi al quadrante mediterraneo. Galileo Galilei, che al puro spirito scientifico univa una certa pragmaticità imprenditoriale, fece pervenire a un successore, Filippo III, la richiesta di brevetto per un suo marchingegno misuratore di longitudine, perché solo la gran monarquía, la Spagna moderna di cui Carlo era stato demiurgo, disponeva di porti, isole, province e regni sparsi in tutto il globo, e di «navili che li vadano visitando». L'Azzeccagarbugli manzoniano, all’epoca di Filippo IV e del plenipotenziario Olivares, agli ultimi fuochi di una Spagna in via di rottamazione dopo un siglo de oro di potere mondiale e di cultura (Velázquez e Cervantes eponimi, il castigliano lingua-terra, etichetta e costumi spagnoli a dettare legge in corti e palazzi), brindava ai «ventidue regni del re nostro signore, che Dio guardi»: Manzoni, cultore del santo vero, non falliva certo i conteggi, desunti da letture documentarie. Chi era dunque l’artefice di una sovranità così immane? La domanda non verte sull’identità dinastica e storica, illustrata da studi autorevoli (su tutti, l’opera biografica di Karl Brandi, recentemente in edicola con Il Giornale, seppure con il limite di un’accentuazione del versante imperiale e «germanico» di Carlo V), ma sul groviglio della sua personalità politica e morale. Il pendolo storiografico, come spesso avviene per i grandi, oscilla tra esaltazione e stroncatura. Un Carlomagno patetico e fuori tempo, per alcuni, visionario di un ideale cristiano d’impero ammorbato dall’incenso brutale dell’Inquisizione e da rigurgiti danteschi, il primo responsabile della leyenda negra, il diabolico repertorio delle malefatte spagnole, dal genocidio dei conquistadores, all’antropologia di una Hispanidad melma di parassitismo, inefficienza, conservazione ottusa dei privilegi, spremitura fiscale, immobilismo di rendita, senza progetti di sviluppo reddituale. Un titano dello spazio politico, per contro, precursore di disegni paneuropei che altri poi ritracciarono (fallendo, come lui), il Re Sole, Napoleone, Hitler, e via giganteggiando. Una messa a punto giunge sacrosanta. La porge Giuseppe Galasso, Carlo V e Spagna imperiale, Edizioni di Storia e Letteratura, 48 euro, saggio equilibrato, completo, che smussa le punte di devozione e di fiele, tra cui quelle della storiografia risorgimentale italiana, propensa a liquidare l’Asburgo come stregone del nostro servaggio. Pigro non fu certo, questo monarca che passò 500 giorni con l’armatura addosso (così lo ritrasse Tiziano, a cavallo, picca in resta, nella giornata vittoriosa di Pavia), distribuì i suoi anni tra i Paesi Bassi nativi, la Spagna, l’Italia e la Germania, accumulando un’esperienza internazionale da lui riversata nel piano, sorprendentemente moderno, di un’area politica ed economica euroatlantica, più composita, che rigidamente unificata, ben conscio del fatale appannarsi della zona mediterranea, lasciata ai bagliori di una Venezia in nobile declino. Cattolico, certo, ma non per vuoto idealismo nostalgico: per praticità politica, espletata nel tremendo braccio di ferro contro Turchi e Barbareschi all’esterno, luterani protestanti all’interno del dominio. Un perdente, sotto molti profili. Ma anche un creativo, un manager dei sistemi amministrativi che preannunciano le nazionalità statali moderne. Se la sua Spagna si ritrasse, fu anche perché solidi e aggressivi organismi scendevano in campo: Inghilterra, Francia, Olanda. Fu un potente con l’intuito raro di farsi da parte, nel sontuoso romitaggio di Yuste, negli anni delle moltiplicate abdicazioni. Un soggetto da studiare con molta cura, per chi predilige la politica, alta, responsabile e arrischiata professione del potere.