La carne, la morte e il cavolo

Più che una scelta, sembra quasi un atto di fede che ha radici antichissime. Ecco perché tracciare una Storia del vegetarianismo dall’antica Grecia a Internet, come ha fatto Erica Joy Mannucci (La cena pitagorica, Carocci, pagg. 160, euro 13,50), non è affatto semplice. Certo è però che da sempre le motivazioni affondano in origini assai lontane, a metà strada fra letteratura e filosofia: «Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, ad esempio, non pochi vegetariani, ormai attivisti organizzati in associazioni, affermavano di essere stati persuasi dalle opere di Shelley, così come per secoli i loro predecessori - individui o piccole comunità - avevano trovato nei versi su Pitagora delle Metamorfosi di Ovidio o nella prosa di Plutarco la definizione dei propri sentimenti».
Ma il vegetarianismo è pur sempre una scelta: come scrive Michael Pollan in Il dilemma dell’onnivoro (Adelphi, pagg. 487, euro 28, trad. Luigi Civilleri): «L’uomo - come il ratto - resta infatti un animale onnivoro» e «gode del piacere innato della varietà». Per questo, «gli umani devono dedicare un bel po’ di tempo e di materia grigia per cercare di capire quali piatti, tra gli innumerevoli offerti dalla natura, si possono mangiare senza rischi». L’onnivoro, difatti, «ha bisogno di sapere, sui propri appetiti e sui propri meccanismi adattativi, almeno quanto ne sanno gli strateghi dell’industria alimentare».
Un patrimonio di informazioni necessario ma anche, come ricorda Luciano Sterpellone in A pranzo con la storia (Sei, pagg. 330, euro 14), una domanda che gli uomini si sono posti sempre, dall’epoca delle «colonie assire fino a quella dei moderni fast-food».