"Caro Brunetta, i fannulloni li inventai io". Firmato: Marx

In un libro di le lettere immaginarie fra protagonisti di ieri e di
oggi. Cassandra scrive all’"allievo" Scalfari, Fellini dà ragione ad
Arbasino. Il filosofo al ministro: nella mia società comunista la gente farà quel che vuole

Per gentile concessione dell'editore Spirali pubblichiamo tre delle 174 "lettere immaginarie" di Ruggero Guarini trattate dal suo Fisimario 2008. Il volume viene presentato oggi all'Hotel nazionale di Roma alle ore 17,45.

Gentile ministro Brunetta,
guardi che a scoprire e a rivelare che la sinistra è tendenzialmente fannullona non è stato lei. Sono stato io. E questo lei — poiché quando, giovanetto, studiando sodo, si preparò a diventare un bravo professore di Economia del Lavoro, lesse tutte le mie opere — lo sa benissimo. A quegli analfabeti della cosiddetta sinistra del suo Paese che pretendono di contestare il suo diritto di affermare che il fannullonismo è una virtù che abita a sinistra, e in particolare ai signori Epifani e Veltroni, deve dunque spiegare che non è con lei ma con me che se la devono prendere.
La prova inoppugnabile che il vero scopritore dell’essenza fannullona della sinistra sono io e non lei si trova in un librone che scrissi a quattro a mani col mio amico Engels e che pubblicai centosessant’anni e rotti fa. Si intitola L’ideologia tedesca (1845-1846), consta di circa cinquecento pagine e contiene un passo di poche righe nel quale — dopo aver denunciato le funeste conseguenze della divisione sociale del lavoro imposta dal sistema capitalistico ricordando come essa, condannando i lavoratori a svolgere per tutta la vita una sola e ben determinata attività lavorativa — abbozzai una magistrale descrizione del poetico stile di vita che tutti i mortali potranno adottare nella società comunista.
Suppongo che lei questo passo lo conosca bene. Immagino che sappia anche che in tutta la mia vastissima opera è l’unico passo in cui mi sono sforzato di dipingere il profilo della società che dovrà scaturire dalla distruzione del capitalismo operata dalla rivoluzione proletaria. Si tratta dunque dell’unico serio contributo che io abbia dato alla storia della letteratura utopistica.
Comunque — anche per risparmiarle il fastidio della piccola ricerca che dovrebbe affrontare per togliersi lo sfizio di sbatterlo subito in faccia ai suoi detrattori — glielo ripropongo lo stesso:
«Appena il lavoro comincia ad essere diviso ciascuno ha una sfera di attività determinata ed esclusiva che gli viene imposta e dalla quale non può sfuggire: è cacciatore, pescatore, o pastore o critico, e tale deve restare se non vuol perdere i mezzi di vivere, invece, nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia: senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico».
In questa mia struggente descrizione della giornata tipo che nella società comunista verrà concessa a tutti i futuri mortali, non lo sente, gentile ministro Brunetta, il vago profumo del sogno dilettantesco di tutti i fannulloni?

Karl Marx

Stimatissimo dottor Scalfari,
in quanto massima esperta del ramo Previsioni catastrofi avevo deciso da un pezzo di considerarla uno dei miei alunni più dotati. È infatti da molti, moltissimi anni — diciamo dal tempo in cui ella, ancora giovanetto, incominciò a esercitarsi nella mia arte annunciando sui giornaletti fascisti, pochi mesi prima dello sbarco angloamericano in Normandia, l’imminente vittoria delle potenze dell’Asse — che ho imparato ad apprezzare la tenacia con cui da allora non ha mai cessato di esprimere il suo strepitoso fiuto profetico. Ma sull’ultima, abbagliante espressione di questa sua attitudine le devo muovere un piccolo appunto.
Mi riferisco — lo avrà capito — all’annuncio che ella ha dato ieri mattina, dal pergamo del giornale da lei fondato, della vittoria del centrosinistra alle prossime elezioni sia alla Camera che al Senato. Perché mai, formulando questa audace previsione, anziché adottare, come si conviene agli autentici detti profetici, la forma intrepida del proclama, lo stile maschio del vaticinio, l’accento risoluto del responso oracolare, ella ha invece preferito il tono dimesso e timoroso di una confessione in cui ciò che meritava di essere comunicato come una folgorazione divina è stato umilmente presentato come un suo semplice “presentimento”, e per ciò stesso riportato alla modesta misura di un umano, troppo umano stato d’animo soggettivo?
Ben altra sicurezza e spavalderia profetica ella ha mostrato in passato nel lancio dei suoi gagliardissimi oracoli. A nessuno dei quali ho naturalmente mancato di dedicare una glossa nel grande carnet in cui, da tempo immemorabile, sono solita registrare le sentenze più brillanti dei miei allievi. Nessuna delle quali tuttavia è riuscita finora a superare quella che forse resta la sua più strepitosa profezia.
Alludo, naturalmente, alla sconvolgente fermezza e lucidità con cui ella, all’inizio degli anni sessanta, in uno splendido articoletto, da lei stesso poi raccolto in un raffinato librettino intitolato Il potere economico in Urss (1962), genialmente previde gli inevitabili successi del comunismo sovietico con queste alate parole: «Il cavallo sovietico si trova ormai a poche incollature di distacco dal cavallo americano e l’esito della corsa è diventato quanto mai incerto. Chi vincerà? Se il nuovo piano settennale verrà attuato, nel 1965 le distanze tra i due massimi contendenti saranno ridotte al minimo e in alcuni settori essenziali saranno addirittura scomparse. Nel 1972 l’Urss sarà addirittura passata in testa non soltanto come potenza industriale ma anche come livello di vita media della sua popolazione, sempre che negli anni che ci stanno dinanzi la velocità di corsa dei due cavalli continui ad essere la stessa di oggi».
«E sempre» ella avrebbe dovuto aggiungere «che la velocità del mio infallibile radar socio-politico, nonché economico, mi permetta di continuare a profetare mantenendosi, come suol dirsi, al passo coi tempi».

Cassandra


Carissimo Alberto (Arbasino,ndr),
ti confesso che La dolce vita, che recentemente hai stroncato per la stupidità degli intellò che vi sono descritti, ormai sembra stroncabile anche a me. La lucidità assicuratami dall’esperienza della vita eterna mi permette infatti di trovare ormai piuttosto imbarazzante quel mio supposto capolavoro. E per giunta per motivi un po’ meno marginali di quelli da te segnalati, tutti riconducibili, se non ho capito male, alla pretesa irriguardosità dei toni con cui dipinsi la società letteraria romana di mezzo secolo fa. L’aspetto che oggi di quel film trovo sinceramente disagevole, e persino involontariamente comico, è addirittura la straziante idea del Male che vi serpeggia dal primo all’ultimo fotogramma. Suggerendo, per esempio, che gli spassi, i rimpianti e i rimorsi di quell’uggiosissimo Marcello abbagliato dalle luci e dai vizietti del varietà e del demi-monde siano altrettanti indizi di un’esperienza tragica. O che lo strip-tease di una vispa bellona circondata da un mucchietto di imbecilli nella villotta al mare di un simpatico pescecane sia una metafora della depravazione più abissale. O che la stolta ferocia con cui quel Marcello a un certo punto si mette a insultare i suoi compagni di bisboccia, e segnatamente la più sciagurata della banda, sulla quale, come se quella scema fosse il diavolo in persona, infierisce fieramente cavalcandola come un ciuchino dopo averle rovesciato addosso le piume di un cuscino, sia una specie di furor profeticus. O infine che il celebre epilogo — con quel conclusivo contrasto fra quel simbolo del Male Assoluto che è il povero mostro marino, arenatosi sulla spiaggia di Ostia, in cui tutta la troupe, Marcello compreso, si imbatte all’alba dopo l’orgetta notturna, e quel simbolo del Bene Originario che è la bionda fanciulletta che contestualmente sorride da lungi al mesto giovanotto per richiamarlo alla poesia e alla purezza perdute — sia una perfetta allegoria morale. Mentre purtroppo è qualcosa di peggio: il candido messaggio apocalittico di un simil-poeta vagamente bacchettone avvezzo a scambiare l’inferno (e anche il paradiso) col casino.

Federico Fellini