Caro Mughini, la vera BB è la mia

Il libro sulla Bardot di un figlio ribelle delle due chiese del ’900, la cattolica e la comunista

In uno dei più bei libri di Giampiero Mughini, Dizionario sentimentale (tutti i libri di Mughini sono belli, ma, parafrasando Orwell, alcuni sono più belli degli altri...), scritto una quindicina di anni fa, il nome di Brigitte Bardot ricorre appena tre volte. Trattandosi anche di uno dei più autobiografici (vale anche qui la parentesi-parafrasi orwelliana appena fatta) il particolare è rivelatore: ci sono passioni uniche e definitive che non accettano di essere mischiate e/o immiserite fra altre, da altre, costrette a ritagliarsi uno spazio. Così, questo E la donna creò l’uomo. Lettera d’amore a BB (Mondadori, pagg. 124, euro 16) ha il sapore della grande occasione pazientemente attesa, nell’attesa costantemente nutrita, e finalmente accolta. Che esca ora nel clima tossico di un interminabile anno elettorale, dimostra l’inattualità del suo autore. Che ci sia chi si appassioni al tema in esso trattato, dimostra l’inattualità del recensore.
Definire un libro bello, lodarne la qualità della scrittura e l’intelligenza con cui è costruito non significa naturalmente esserne d’accordo con il contenuto. Del resto, qui non sono in discussione opinioni politiche sulle quali in nome dell’amicizia o della stima si può transigere o trovare un modus vivendi, qui si parla della Donna, meglio, della incarnazione della Femmina... Noi abbiamo per BB la stessa (la par condicio ci costringe ad essere equanimi...) passione di Mughini, ma solo la nostra è l’unica e vera forma di adorazione-spiegazione, come qui di seguito dimostreremo in maniera incontrovertibile.
L’errore filosofico-gnoseologico-antropologico della lettura interpretativa di Mughini è inscritto nel suo Dna. Mughini è un intellettuale laico, un amante della modernità, un figlio del proprio tempo, già marxista critico e poi anti e post marxista deluso, un figlio ribelle di due delle grandi chiese del Ventesimo secolo, la cattolica e la comunista. Non è un caso che per tutto il libro non usi mai l’unico aggettivo e l’unico sostantivo atto a connotare il soggetto-oggetto della sua ammirazione. L’aggettivo e il sostantivo in questione sono «pagano», «paganità». Brigitte Bardot è una divinità pagana, è il ritorno-irruzione della paganità nel mondo giudeo-cristiano desacralizzato dove la forma cattolica ha preso il posto della sostanza e dove la civiltà industriale democratica ed egualitaria ha fatto delle diseguaglianze un tabu. Non è ancora un caso che del film Il disprezzo, di Jean-Paul Godard, l’unica immagine che gli venga in mente sia l’orribile foto di Tazio Secchiaroli della Bardot intenta a fumare, seduta sul water, una parrucca nera in testa, un asciugamano che la copre, durante una pausa delle riprese, una immagine a cui, scrive, avrebbe «apprestato una cappella, sia pure laica».
«Cappella» e «laica» spiegano perfettamente quanto andiamo dicendo e permettono di capire perché di quel film Mughini non abbia colto l’essenziale, ovvero BB sdraiata a prendere il sole sulla terrazza di Villa Malaparte, per unico indumento un libro che le copre le natiche, la bellezza più indifesa e più inquietante del nostro Novecento. Immersa nella luce e nella natura a picco sugli scogli di Punta Masullo, la casa si rivelava per quello che è, un tempio pagano, e Brigitte la sua divinità. Nel film Michel Piccoli, sceneggiatore in crisi sentimentale e creativa, salita la scalinata a trapezio che porta alla sommità dell’edificio, si sedeva, cappello in testa, vestito di tutto punto, a fianco della passiva e nuda sacerdotessa. «Disturbo?» chiedeva. «No» era la risposta. Poi, sollevato il libro da quel tabernacolo profano, cominciava a leggere. Al mistero e al potere femminile opponeva la sua sterilità di intellettuale. «Beauty is difficult» dice un verso di Pound.
È proprio questo approccio intellettuale moderno che vela lo sguardo di Mughini e lo porta a inanellare spiegazioni lì dove non c’è nulla da capire perché è l’irrazionale che si deve cogliere, è il linguaggio delle idee senza parole. Un paio di volte ne è quasi consapevole, come quando accenna all’essere «di destra» della Bardot o cita lo scrittore «di destra» Jacques Laurent, il creatore, sotto il nom de plume di Cécil Saint Laurent, del personaggio erotico-avventuroso di Caroline Chérie. Qui per destra non si intende, è ovvio, una prassi politica o una teoria ideologica, ma uno stato d’animo, un sentimento classico e premoderno in cui gli elementi etico-estetici prevalevano su quelli etico-egualitari, dove l’ideale aristocratico, ovvero la scelta e il privilegio dei pochi, prevaleva su quello democratico, la maggioranza come forma e fonte di comportamento.
Lo scandalo e il fascino della Bardot non derivavano dall’aver consapevolmente infranto dei tabu, quanto dalla naturalezza con cui li infrangeva, perché non la riguardavano, non erano un suo problema. Mughini si muove sulle tracce di Simone de Beauvoir, le sabbie mobili del «secondo sesso», della liberazione sessuale, del femminismo, laddove c’è una strada maestra che dalle memorie di Casanova ai racconti di Barbey d’Aurevilly e di Balzac alle novelle di Paul Morand è punteggiata di archetipi brigideschi, ninfe silvane, ninfe marine in un mondo che già non è più in grado di riconoscerle, apparizioni che rimandano agli albori della classicità, quando a dominare era l’emozione, non la ragione.
Ogni volta che sul teleschermo o in un cinema d’essai passa un film della Bardot l’adolescente che sonnecchia nel nostro corpo si risveglia e resta in adorazione. Nessuna è riuscita a incarnare come lei il senso panico di un erotismo amorale e impudico, naturale e innocente. Non era una questione di pura e semplice bellezza, ché ci sono state e ci sono attrici più belle e con più fascino; né di bravura, perché quanto a recitazione la sua non brillò mai e quando accadde fu quasi per caso e come controvoglia. Era un qualcosa che aveva a che fare con la felinità e l’indolenza, una punta appena di malinconia, l’allegra sfrontatezza di chi si offre perché così le va, senza sadismi e senza masochismi. Che prendesse il sole senza costume sul terrazzo di una casa, che ballasse scalza su un tavolo, che si togliesse un impermeabile, in quel momento suo unico indumento, che si presentasse al proprio ricevimento di nozze in sottoveste a riempirsi un piatto di cibo per poi ritornarsene a letto, l’impressione che se ne aveva era quella di una divinità pagana per la quale fosse doveroso perdersi, una dannazione senza colpa e senza espiazione se non per le sofferenze che il successivo abbandono avrebbe provocato. Una bellezza succinta e/o assoluta, da teli da mare, da lenzuola d’albergo con su sparse le briciole della prima colazione, da notti in spiaggia a piedi nudi, champagne e corse in macchina...
Si dirà che era un’immagine e non la realtà, e che dietro di essa, come il tempo e la vita avrebbero dimostrato, c’era una donna fragile, piena di ansie e di pulsioni suicide, a disagio con i sentimenti e con il suo stesso corpo. Può darsi, ma in realtà l’una non esclude l’altra e in ogni vitalismo attivo si spalancano abissi di tragedia, albergano solitudini e pensieri neri, trova spazio l’insensatezza del vivere, la sua gratuità, il suo peso a volte insopportabile. La libertà si paga, e a caro prezzo.
Ninfa silvana, abbiamo detto. Ed è qui che si inserisce l’altro elemento discutibile della rilettura di Mughini, una Brigitte-Lolita, ninfetta, appunto, diminutivo fuorviante e al fondo volgare. Ha ragione Mughini a sostenere che in Lolita non è l’età che conta, ma l’atteggiamento: dopotutto l’eroina di Nabokov ha dodici anni quando Humbert-Humbert impazzisce per lei... Ma l’atteggiamento è connaturato alla grazia acerba cui appartiene e nessuna delle minorenni cinematografiche di quel Nabokov italiano che fu Alberto Lattuada, dalla Spack alla Sassard, alla Goldsmith alla Kinsky sopravvisse a quella stagione: divennero tutte belle ragazze, belle donne, ma nulla di più. Anche la definizione di «lolycéenne» che Mughini prende in prestito da Serge Gainsbourg, e che ben si attaglia al fisico efebico di Jane Birkin, non ce la fa a spiegare l’amore di Serge per la Bardot, né a spiegare la stessa BB. Un giudizio di quest’ultimo rende invece perfettamente l’idea: «Dalla freschissima ragazzina che era è sbocciata la più bella donna che abbia mai ammirato. La ragazzina, senza grande interesse ai miei occhi, si è mutata in un una donna sublime nella sua morfologia, il gesto, l’eleganza dei movimenti». Il manoscritto originale di Initials BB, una delle canzoni che le dedicò, la descrive come una «princesse barbare», una principessa barbara, e il testo suona Così: «Tandis que des médailles/ D’impérator/ Font briller à sa taille/ Le bronze et l’or/ Le platine lui greve/ D’un cercle froid/ La marque des esclaves/ À chaque doigt./ Jusques en haut des cuisses/ Elle est bottée/ Et c’est comme un calice/ À sa beauté/ Elle ne porte rien/ D’autre qu’un peu/ D’essence de Guerlain/ Dans les cheveux».
Principessa barbara, dea, calice di pagana bellezza, ninfa silvana e/o marina: rimessi al loro posto gli elementi costitutivi del culto di Brigitte Bardot a opera di chi, come il sottoscritto, è l’unico sacerdote autorizzato a celebrarlo, per il resto il saggio di Mughini è il più ampio e approfondito che a BB sia stato finora dedicato, accompagnato, per giunta, da un apparato iconografico che si segnala per la sua preziosità (valgano per tutte le foto di BB presenti nella prima edizione della monografia della de Beauvoir stampata da Lerici nel 1960). L’autore, ma non è una novità, è inoltre bravissimo a mischiare pubblico e privato, cultura alta e cultura bassa, analisi e pettegolezzo, e maneggia da par suo cinema e fumetti, design e pittura, narrativa e sociologia: il risultato è un «come eravamo» fra la metà degli anni Cinquanta e l’intero arco dei Sessanta che resta impresso.
Un’unica nota negativa, anche se comprensibile, è il tono un po’ sopracciglioso con cui Mughini liquida Gigi Rizzi, «l’italien», il «professionista del nulla» che a un certo punto entrò nella vita della divina. A parte il fatto che Rizzi era - ed è - un amico di Tomaso Staiti di Cuddia, le cui Memorie di un fazioso (Mursia editore), appena uscite, sono uno dei più divertenti amarcord di vita e politica scritti su quello stesso periodo, va ricordato a Mughini che una delle più belle frasi del Novecento sta proprio nell’autobiografia di Rizzi: «Avevo ventiquattro anni e Brigitte Bardot». Caro Giampiero, cosa si può desiderare di più? Come lo si può dire meglio?