Caro professor Settis: non faccia ingabbiare l'arte dello Stato

Un breve saggio di Luca Nannipieri contesta l'azione politico-culturale condotta da anni dallo storico dell'arte

È davvero un testo intrigante questo breve ma intenso La bellezza ingabbiata dallo Stato (edizioni ETS, in vendita a 8 euro), scritto da Luca Nannipieri con l’obiettivo di contestare l’azione politico-culturale che lo storico dell’arte Salvatore Settis conduce da anni, con scritti e interventi, a difesa del patrimonio storico-artistico italiano. Nannipieri manifesta ammirazione per la statura intellettuale dello studioso e per molte delle sue battaglie, abbracciando (a premessa dello scritto) ben nove delle tesi che più ricorrono nei lavori dello storico. Ma poi passa alle contestazioni.
Il cuore dell’attacco polemico sta nella considerazione che l’impegno civile di Settis focalizza l’attenzione sullo Stato. Negli scritti dello studioso calabrese «la persona non c’è. C’è lo Stato, cioè la struttura, l’organizzazione, le sue leggi». Anche il mondo delle associazioni, si sottolinea, è valorizzato solo quando si tratta di realtà «che hanno un profilo storico già definito e socialmente accreditato come ad esempio Italia Nostra e Fondo per l’Ambiente Italiano».
Alla fine il vero assente è proprio l’uomo, dato che in quel quadro tutti noi esistiamo solo in rapporto alla Grande Struttura. Il risultato è che «l’esperienza della singola persona, l’unicità della singola persona, la sua azione, il suo contributo, il suo apporto, diventano non decisivi, perché il pensiero di Settis scalza di netto questa presenza».
Per Nannipieri prendere un’altra direzione significa non solo coinvolgere l’intera società nel lavoro di tutela di quanto ci è stato consegnato dal passato. Questo è importante e viene sottolineato, specie dove si ricorda l’azione di quei molti sconosciuti che ogni giorno rianimano la nostra storia. L’azione sui luoghi e sulle opere è cruciale, ma ancor più lo è il continuo interpellare la coscienza dell’altro e soprattutto quella dei giovani. Assai più delle procedure e delle leggi è allora essenziale quella passione per l’arte, la storia e la bellezza che permette di rendere vivo quanto il genio di Giotto o Michelangelo ci hanno lasciato in eredità.
Se tutto ciò è corretto, come ci pare che sia, in quei nove punti iniziali vi sono allora troppe concessioni alla forma mentis di Settis, che pure l’autore dello scritto così duramente critica.
Una delle tesi, ad esempio, fa delle opere artistiche che ci circondano le tessere del «grande bene comune che il paese Italia possiede, un bene comune che dà autocoscienza e identità al nostro essere italiani». Ma siamo proprio sicuri che visitare Venezia e incontrare il retaggio della Serenissima ci parli in primo luogo dell’Italia? O che piazza del Campo sia più italiana che senese? Quelle storie e quelle bellezze ci parlano dell’intera umanità, da un lato, e di culture e vicende assai più locali, dall’altro. «Italianizzare» tutto ciò significa imporre una precomprensione la cui finalità è solo ideologica. E se gli accidenti della storia del diciannovesimo secolo ci avessero condotto entro un diverso assetto, gli odierni cantori dell’unità del popolo italiano intonerebbero altri inni.
Quella visione dei beni culturali è insomma parte di un armamentario statuale che dal Risorgimento al fascismo, dall’azionismo al giustizialismo, rappresenta un filone culturale importante, ma in cui non necessariamente bisogna riconoscersi. Saviano e Benigni imbandierati con il tricolore possono piacere, ma anche no.
Ugualmente opinabile è quell’altra tesi di Settis, secondo la quale «il patrimonio, non essendo un’entità estranea a noi stessi ma costituente il nostro stesso codice genetico che ci fa essere quello che siamo, è e deve restare pubblico». Fortunatamente le cose non sempre sono così. Molto è ancora in mano a famiglie, imprese, comunità religiose e associazioni; e se vogliamo che le cose migliorino, è urgente trovare il modo di sottrarre a politici e burocrati quanto di grande il passato ci ha lasciato in eredità.