Il carteggio tra la Fallaci e Fisichella "Caro Rino, l’Alieno mi divora..."

Un'Oriana disperatamente umana. E' questo il ritratto che emerge dal carteggio, fino a oggi mai pubblicato, tra la scrittrice toscana e Monsignor Rino Fisichella. Un epistolario che il vescovo aveva sempre tenuto segreto<br />

Uno specchio dell’anima di Oriana Fallaci, un aspetto disperatamente umano e inaspettato di questa donna celebre per il suo pensiero graffiante. È il ritratto che emerge dal carteggio, noto ma mai divulgato sino ad ora, tra la scrittrice e Monsignor Rino Fisichella. A convincere il Rettore della Lateranense a rendere pubblica questa corrispondenza il giornalista e amico Giuseppe De Carli, che aveva già avuto l’opportunità di conoscerne i contenuti anni fa. Un epistolario che il vescovo aveva sempre tenuto segreto, perché temeva venisse strumentalizzato e perché, spiega lo stesso De Carli, non voleva che un elemento della sua vita privata fosse utilizzato per fargli pubblicità. Alla fine l’insistenza di un amico e la convinzione che queste lettere offriranno un ritratto positivo della sua amica Oriana hanno avuto la meglio. Sarà dunque proprio monsignor Fisichella a commentare, questa sera per la prima volta, parte del carteggio presso i Giardini dell’Episcopio, a Lodi.


"Vorrei incontrare Ratzinger"


New York, giugno 2005 Monsignore,

Lei mi ha commosso. Naturalmente sapevo bene chi fosse il Rettore della Lateranense, il vescovo che ragiona al di là degli schemi e senza curarsi dei Politically Correct. Ma a leggere la Sua intervista al Corriere ho rischiato davvero la lacrimina. Io che non piango mai. E mi sono sentita meno sola come quando leggo uno scrittore che si chiama Joseph Ratzinger... Il guaio è che sono molto malata. Ormai l’Alieno mi divora perfino gli occhi. Medea e i suoi figli ho dovuto dettarlo come Milton che da cieco dettava, mi si perdoni il paragone, La Storia d’Inghilterra e Il Paradiso Perduto. E questo mi confina a New York... Prigioniera delle chemioterapie e delle radioterapie, non posso allontanarmi. Ci proverò lo stesso, prima o poi. Tanto più che vorrei parlarLe anche dell’importantissima cosa di cui suppongo sia al corrente... Vale a dire il mio desiderio d’incontrare, zitta zitta e lontano da occhi indiscreti, Sua Santità. Sa, è un desiderio che mi accompagna da quando incominciai a leggere i suoi libri. E che non cercai di esaudire subito perché lavoravo giorno e notte a La Forza della Ragione. Poi perché l’Alieno si scatenò e non stavo nemmeno in piedi. Dopo, perché stavo completando la Trilogia con L’intervista a me stessa e L’apocalisse. Infatti quando venne eletto Papa feci sì capriole di gioia ma nel medesimo tempo pensai: «Oddio. Ora non potrò più vederlo». E con un sospirone avvilito mi rassegnai... La ringrazio di nuovo. Ripetendo che mi piacerebbe conoscere anche Lei, La saluto caramente...


"Io i veli in testa non li porto neanche morta"

Era il 16 agosto, mancavano 11 giorni all’appuntamento con Benedetto XVI quando Oriana scriveva: Per quel sabato o lunedì m’è sorta una domanda angosciosa. Una preoccupazione che non mi aveva mai sfiorato il cervello. Oddio, oddio: non ci vorranno mica abiti da cerimonia?!? Io quelli non li ho. O non più, anche considerando i 38 chili che ormai ci sguazzano dentro. Io ho soltanto spartane giacche da uomo. È lecito imporle a un sovrano? A ciò si aggiunge l’incubo della testa coperta. Io i veli in testa non li porto. Neanche morta. Neanche per coprire i capelli lasciati dalla chemioterapia. Di copricapo acconci non ne posseggo né saprei dove trovarli. Se l’etichetta li impone, come si fa?!? Sembrano scemenze, invece non lo sono. In ventisei anni non mi sono ancora rimessa dal trauma che soffrii a Qom col chador. Quello che poi tolsi facendo infuriare l’ayatollah.


"Per quel momento non si è mai pronti"


New York, domenica 23 ottobre 2005

Rino, Marco ha chiamato. Me l’ha detto, e ne sono rimasta molto turbata. Oh, lo so che quel dolore miliardi di esseri umani lo hanno sofferto prima di te. Di noi. Lo so che a miliardi ne soffriranno dopo di te, di noi: che questa è la Legge della vita. Lo so che la tua certezza di rivederla ti aiuta ad accettare una realtà che io non accetto. E infine so che ti ci stavi preparando. (Ne parlammo due telefonate fa, ricordi? Non so perché ti chiesi di lei, e tu rispondesti: «Se l’avessi persa all’improvviso, non avrei resistito. Quindi meglio che se ne vada così, piano piano mi abitua all’idea»). Però so anche che quando il momento arriva, non si è pronti lo stesso. Io non lo ero, la notte in cui mia madre se ne andò. Nonostante tutta la morte che avevo visto alle guerre, tutti i giovani che mi erano morti accanto al fronte, nonostante Alekos che un anno prima era stato ammazzato mentre correvo ad Atene per cercar di salvarlo, non ero pronta. E sebbene fossi andata a vivere nella casa di campagna per starle vicino, sebbene mi fossi «abituata all’idea», ne soffrii in maniera lancinante. Unico conforto, il fatto che la sera precedente fossi riuscita a procurarle un prete... ... «Prete» aveva farfugliato con occhi imploranti verso mezzanotte. Così ero corsa subito fuori senza neanche infilarmi un cappotto. Era inverno e nevicava. Nel buio avevo raggiunto la chiesa del villaggio e chiamato un certo Don Gori che non voleva venire. «Domani, domani, ora-è-troppo-tardi-e-fa-freddo». A spintoni, parolacce, minacce, «se-non-mi-segue-seduta-stante-io-la-ammazzo», lo avevo costretto venire con la stola viola e il resto. E, a vederlo entrare, gli occhi imploranti s’erano illuminati d’una gioia insensata. Sublime e insensata. Oltretutto lei lo detestava perché per celebrare la messa nella nostra cappella del giardino esigeva ogni volta ventimila lire. E perché durante la Messa prendeva a calci York, il suo yorkshire-terrier, che si metteva ai piedi dell’altare. Poi, da un tipo simile assolta dai peccati che non aveva mai commesso, s’era appisolata con un sorriso felice e... Ho chiesto a Marco: «A che ora se n’è andata?». «Alle tre del mattino» ha risposto un po’ sorpreso dalla domanda. E ho avuto un brivido. Anche mia madre se ne andò alle tre del mattino. Non ho mai visto un ritratto della tua. Nel living-room vi sono soltanto fotografie di prelati. Ma la vedo in due immagini che en-passant me ne hai dato. La prima è quella d’una mamma alla quale un bambino di sette anni dice inesorabile «Io voglio diventare prete». La seconda è quella d’una signora che si inchina dinanzi al proprio figlio vestito da vescovo e gli bacia l’anello. Dunque la mano. Bè, al tuo dolore dico: non è vissuta invano quella mamma, quella signora. Perché ha messo al mondo te. E a costo di scandalizzarti, indignarti, spaventarti, (aiuto-aiuto, Graham-chiama-la-polizia-porta-l’acqua-santa-ché-bisogna-fare-un-esorcismo), questa volta ti abbraccio teneramente. Anzi con tutta l’anima.

Il mistero del Natale


24 dicembre 2005

Mons. Fisichella: Sto per andare dal Papa per la messa di mezzanotte. Oriana carissima, è Natale. Non uno qualunque, perché ogni Natale è per me un dono unico e irripetibile che mi ricorda il farsi uomo del Figlio di Dio. Ti invio una breve frase di San Gregorio il teologo, non poteva essere altrimenti, il quale dice: «Colui che è nasce, Colui che è incomprensibile viene compreso, Colui che arricchisce conosce la Povertà, Colui che è pienezza diviene vuoto». Questo mistero mi riguarda, pregherò il Signore per te, perché ti conceda di portare a compimento ogni desiderio di bene che è in te. Nell’attesa di risentirti ti auguro un buon Natale.

Dolore e anestetici

Oriana Fallaci gli risponde inviandogli una copia della Forza della ragione, poi gli dà una brutta notizia: L’Alieno si è esteso alla spina dorsale, si è piazzato nella vertebra dentro cui mi beccai la pallottola messicana e di lì ha invaso altre vertebre. Da gennaio soffro dolori spietati e vivo di anestetici.

Non riesco più a scriverti

2 maggio 2006 - Oriana Fallaci: Non ti scrivo da cent’anni. Ormai è diventata un’impresa straziante anche cambiare il nastro di questa macchina. Tutto fluttua dentro la nebbia e in più a stare seduta mi manca il respiro, soffoco, quasi ciò non bastasse ogni giorno succede qualcosa che mi ruba a me stessa e quando emergo dal nuovo trauma crollo sul letto come un bove al mattatoio. Lì ti scrivo, sì, ma col pensiero e basta.

Troppo poco tempo


Maggio 2006 - Oriana Fallaci: Sai, mi dispiace molto morire. Infatti me ne vado con molti dispiaceri, ma il dispiacere più grosso è averti trovato così tardi e aver passato così poco, troppo poco tempo con te. Non so nemmeno chi eri, com’eri. Di te so soltanto chi sei oggi, una persona nella quale mi riconosco completamente, sebbene io sia completamente diversa da te.