Cartesio, la Rete «cattura» una lettera rubata

Se lo riscrivesse oggi, 373 anni dopo, nel Discorso sul metodo sicuramente inserirebbe almeno un capitolo dedicato alle ricerche su Internet. Perché René Descartes (1596-1650) era un Intellettuale con la «i» maiuscola e, per quanto assertore del dubbio come strumento di lavoro del pensare rigoroso, non nasconderebbe la sua testa piena di idee sotto la sabbia, di fronte alle certezze (relative) offerte dalle moderne tecnologie.
E proprio navigando in Rete, lo storico della filosofia Erik-Jan Bos, docente all’università olandese di Utrecht impegnato nella riedizione dell’epistolario del filosofo francese, ha scoperto che un’importante lettera del grande Cartesio è conservata (da oltre un secolo!) fra gli scaffali dell’ignaro Haverford College, in Pennsylvania. Recentemente messo a disposizione da Google, il prezioso documento è balzato agli occhi del professor Bos, il quale ha riconosciuto nella missiva, datata 27 maggio 1641 e indirizzata all’amico teologo padre Marin Mersenne, il testo della cui esistenza gli studiosi sapevano, pur senza averlo mai letto. In esso l’autore del celeberrimo «cogito ergo sum», il «motto» speculativo più citato e parafrasato della storia, spiega perché decise di escludere alcune riflessioni da Meditationes de prima philosophia.
Ma come finì, quella lettera, in Pennsylvania? Fu donata nel 1902 alla biblioteca di Haverford da Lucy Branson Roberts, il cui marito, Charles Roberts, era un appassionato collezionista di autografi e l’aveva acquistata probabilmente senza valutarne appieno l’importanza. E altrettanto probabilmente senza sapere che era stata rubata all’Institut de France. Da chi? Da un italiano il cui nome (autentico) suona come un ironico pseudonimo: Guglielmo Libri. Più che a un tomo di metafisica o di teoria della conoscenza, la vita di Guglielmo Brutus Icilius Timeleone Libri Carucci dalla Sommaja somiglia a un romanzo d’avventura. Nato a Firenze nel 1803, appassionato di matematica, carbonaro, nel 1833 fuggì in Francia dove, parallelamente a un’invidiabile carriera accademica, si procurò la meritatissima fama di ladro bibliofilo, con una spiccata predilezione per i manoscritti di Galileo, Fermat, Leibniz, Copernico e Keplero. Nominarlo «Secrétaire de la Commission du Catalogue général des manuscrits des bibliothèques publiques de France» fu come infilare un topo nel formaggio. Come avrebbe potuto resistere a tutte quelle tentazioni? Non resistette, infatti, e poi se la filò a Londra.
Negli anni buona parte della refurtiva è stata recuperata e restituita ai legittimi proprietari. E, ora, ecco il lieto fine anche per la lettera di Cartesio. Ne mancano all’appello una trentina. Ma, purtroppo per l’autore, non esiste un metodo che ne possa assicurare il ritrovamento. Ancora una volta, il dubbio ha vinto.