Le casalinghe? In via d’estinzione In dieci anni sparite 500mila

Pare- ma la notizia non trova piena conferma - che ne sia rimasta solo una: a Voghera. La casalinga è razza in via d’estinzione, tanto che perfino i panda si sono mobilitati per evitarne la totale scomparsa. Tutta colpa dei keynesiani della cinghia economy, cioè l’economia che costringe a tirare la cinghia e quindi non consente più alla «donna di casa» di fare solo la donna di casa, sbattendola così dalla cucina all’ufficio; col brillante risultato che lei quando è in ufficio si comporta come stesse in cucina, e viceversa. Ma marito e colleghi (uomini) di lavoro, pur notando l’evidente schizofrenia, non glielo fanno pesare: un po’ perché noi siamo dei signori e un po’ perché questa tragicomica pantomima, sotto sotto, ci diverte. A confermare che quanto scritto finora non è un totale sproloquio, arriva fresca di bucato (quando il bucato lo facevano le casalinghe) una ricerca dell’Istat che decreta lo «spegnimento» di quella che una volta era definita «l’angelo del focolare»: e il ricordo subito vola a nostra madre e nostra nonna. Nel 2016 sono 7 milioni 338 mila le donne che si dichiarano «massaie», 518 mila in meno rispetto a 10 anni fa. La loro età media è 60 anni. Le over 65 superano i 3 milioni e rappresentano il 40,9% del totale, quelle fino a 34 anni sono l’8,5%. Le casalinghe vivono prevalentemente nel Centro-Sud (63,8%). Il 74,5% delle casalinghe possiede al massimo la licenza di scuola media inferiore. Nel 2012 solo l’8,8% ha frequentato corsi di formazione, quota che sale di poco tra le giovani di 18-34 anni (12,9%). Il 42,1% delle casalinghe vive in una coppia con figli, un quarto in coppia senza figli e il 19,8% da sola, 560 mila sono di cittadinanza straniera. Poco più della metà delle casalinghe non ha mai svolto attività lavorativa retribuita nel corso della vita. Il motivo principale per cui le casalinghe di 15-34 anni non cercano un lavoro retribuito è familiare nel 73% dei casi, 600 mila casalinghe sono scoraggiate e pensano di non poter trovare un lavoro. Se rinascesse oggi, Stakanov sarebbe donna. Infatti secondo lo studio Istat le mogli che lavorano in casa «non smettono mai»: 49 le ore a settimana, in media 2.539 ore l’anno, senza considerare ferie, più di molti lavoratori occupati al di fuori delle mura domestiche. L’Istat calcola che le donne effettuano complessivamente 50 miliardi e 694 milioni delle ore di produzione familiare l’anno (il 71% del totale) e che le casalinghe, con 20 miliardi e 349 milioni di ore, sono i soggetti che contribuiscono maggiormente a questa forma di produzione. Ottenendo in cambio solo «miseria» e «frustrazione». Un ritratto alla Oliver Twist che a noi maschi dovrebbe strappare qualche lacrima, ma che invece ci fa solo ridere. Non perché siamo cinici, ma per il semplice fatto che siamo stufi di veder spacciato per vero il luogo comune della «donna penalizzata e discriminata sul lavoro», mentre la realtà dimostra l’assoluta infondatezza di questa vecchia solfa. Ma il piagnisteo rosa va fortissimo e guai a metterlo in discussione. «La loro condizione economica non è buona - sottolinea l’Istat, perpetuando il vittimismo femminile -. Nel 2015 sono più di 700 mila le casalinghe in povertà assoluta, il 9,3% del totale. E anche il loro livello di soddisfazione non è molto alto: a dare un giudizio molto positivo rispetto alla propria vita è il 35,3%, quasi dieci punti percentuali in meno rispetto alle occupate (45,1%)». Ma la presunta sfiga che perseguita le donne non finisce qui: non solo povere e infelici, ma pure malate. Nel 2014, rispondendo alla domanda al quesito «come va in generale la sua salute?», 149 mila casalinghe hanno dichiarato di aver subito «uno o più incidenti in ambiente domestico negli ultimi tre mesi precedenti l’intervista». La «sindrome di Cenerentola» si completa infine con le seguenti cifre: le casalinghe risultano poco coinvolte nell’accesso a internet (17,8%); solo il 27,3% è andato al cinema almeno una volta nell’anno; il 30% ha letto almeno un libro nell’anno; il 15% ha visitato musei e mostre. «Livelli bassi di consumi si evidenziano anche per i concerti, il teatro e la lettura di quotidiani», sentenzia l’Istat. Istat che, ovviamente, le casalinghe non sanno neppure cos’è (scherziamo, ndr).