Casalinghe più disperate «Raymond» le batte: 7 Emmy

Assegnati a Los Angeles gli Oscar della Tv. La sit-com surclassa a sorpresa la serie cult del momento, che nonostante 15 nomination porta a casa solo due statuette. Trionfo anche per «Lost»

Roberta Pasero

da Los Angeles

«Vuoi seguire Dio in Paradiso o perderti per sempre guardando la tv?». Gli uomini sandwich ostentano i loro cartelli anti fiction e anti tutto quanto fa tivù e sperano che qualcuno meditando salvi la sua anima. Ma oggi in pochi sono disposti ad ascoltarli. Oggi è la giornata degli Emmy, gli Oscar della televisione, quasi tutta quella che da noi arriverà domani o dopodomani, e la Los Angeles laccata e con i vetri a specchio come quelli delle sue interminabili limousine, non ha tempo per le prediche. C’è il red carpet che attende, il tappeto rosso delle celebrità da percorrere al ralenty per essere visti e rivisti. Ci sono i fotografi accalcati e le telecamere sulle tribune come neanche nelle notti magiche degli Oscar cinematografici. Ci sono i controlli della polizia che passa con il metal detector cerchioni e parafanghi di questi salotti viaggianti in coda paziente già da ore sul Jefferson Boulevard e scrutando in volto i passeggeri domanda severa: «In questa auto ci sono soltanto ospiti o forse c’è qualche nominato da proteggere?».
No, i nominati sono già tutti ad attendere il verdetto della cinquantasettesima edizione degli Emmy Awards sotto la volta dello Shrine Auditorium, uno splendido esempio di architettura moresca simile ad una sontuosa tenda del deserto. Tutti con una magnolia all’occhiello o tra i capelli, il fiore simbolo del Mississippi, un omaggio a chi in queste ore non ha certo i serial e le sitcom per la testa, ma ha soltanto Katrina. Però New Orleans vista da qui è tanto lontana e questi Emmy si rivelano per quelli che sono: lo specchio di un’America sui tacchi a spillo che a Los Angeles vive guardando fissa la macchina da presa. Un’America che ha bocciato le Casalinghe disperate dispensando loro su 15 nomination soltanto due statuette (oltre 4 cosiddette tecniche assegnate la scorsa settimana), per il casting e l’attrice protagonista Felicity Huffman in lacrime per la vittoria e che ha battuto le altre due colleghe candidate della serie televisiva in onda su Raidue. A battere le casalinghe è Everybody loves Raymond, (Tutti amano Raymond), sit-com al nono anno di programmazione, vicende di una famiglia alle prese con i problemi quotidiani, che si aggiudica anche gli Emmy per gli attori non protagonisti. Le altre statuette alate più significative vanno invece a Lost, miglior serie nera, storia di sopravvissuti a un naufragio, ai migliori attori drammatici e di commedia James Spader per Boston legal e Tony Shalhoub per Monk, a Patricia Arquette detective noir per Medium.
Il resto è show, che spazia dalle note dell’altroieri, un evergreen della canzone, September, che i redivivi Earth, Wind and Fire suonano in chiave non proprio di violino, a qualche fuori programma come il magnate miliardario Donald Trump in salopette e capelli biondo tintura sotto la paglietta, in versione inedita di scatenato ballerino e cantante che interpreta la canzone di una serie di telefilm degli anni Cinquanta. Anche questa è Hollywood, anche questa è la tivù. Scorrono veloci come i titoli di coda delle fiction tante celebrità, da Quentin Tarantino a Ben Affleck, da Whoopi Goldberg a Hugh Jackman, Emmy per la sua conduzione della cerimonia di premiazione dei Tony Awards, da Charlize Theron all’anchorman David Letterman, da Alan Alda a Brad Garrett, Emmy come coprotagonista in Everybody loves Raymond, che scherzosamente ha commentato: «Dedico questo premio a mia moglie Britney Spears e al nostro bambino».
Ma è forse un buon segno che l’unica, interminabile standing ovation, un applauso con il teatro tutto in piedi in questa autoconsacrazione della tivù, non sia andato certo al protagonista di chissà quale fiction, ma a due vecchi miti del giornalismo non solo americano, a Dan Rather e a Tom Brokaw, paladini dell’informazione che da qualche mese sono in pensione. Anche i predicatori possono finalmente placarsi, togliersi i cartelli di dosso e tornare a casa. Fingendo di non sapere che la festa della tivù è continuata fino all’alba nei party attorno alle piscine in una notte che a Los Angeles piccola non è mai.