Il caso Quelli che... ieri bocciavano i pittori e oggi li promuovono

N oi (la sottoscritta e Luca Beatrice, che curammo il Padiglione Italia della Biennale di Venezia nel 2009) siamo stati attaccati dallo stesso pomeriggio in cui ci hanno dato l’incarico. Un meraviglioso pomeriggio di tramonto romano. Confesso: scendendo le scale del Ministero dei Beni culturali ricevetti il messaggio di un collega che lo aveva saputo prima di me.
Noi siamo stati attaccati da tutti: le destre, le sinistre, i giornali veneziani, il mio ex-professore Renato Barilli, che, quando aveva saputo che Sissi (artista bolognese) era stata invitata da me, ci riunì a pranzo in un ristorante greco dove, tra souvlaki e tzatzichi alla bolognese, parlammo dei destini dell’arte. E poi ci attaccò, sull’Unità. Salvo poi scrivermi, mesi e mesi dopo: «Scusi Buscaroli». Col cognome.
A noi, i giornali di regime riservarono un trattamento speciale. Lui nel mercato, io nel Seicento. Poi arriva una finta bella critica che lavora nel magazine di Stato che ci sputtana tutti i nomi.
A noi, quando il presidente Paolo Baratta ci convocò, per la prima riunione, l’idea stessa della Biennale faceva soggezione, giustamente, anche se Luca Beatrice parlò della Juventus...
A noi, che da allora ci chiamiamo «soci», sarebbe piaciuto invitare trecento artisti. E invece no. E lui diceva: «Non ti preoccupare, fregatene». Gran socio.
E adesso tu guardi, tra dimissioni e ammissioni, conferenze stampa e giustificazioni, tra padiglioni regionali di cui nessuno sa più niente, e lettere e lettere di chi c’è e di chi non c’è... guarda un po’: la pittura. Oh. Morta, risorta, morta. Oibò, la pittura c’è. E c’è ancora un senso in quel che fanno questi artisti scelti dagli «intellettuali».
Spuntano dal bosco degli elenchi, risorgono dal buio: e «son pittori», come diceva di sé Filippo de Pisis, poveretto.
Allora meditiamo su questo elenco. Prima che la Biennale abbia aperto i battenti (più o meno). Se Agostino Arrivabene arriva chiamato da Pierluigi Pizzi, e un grande come Giorgio Tonelli arriva con Armando Torno, se Zeno Birolli sceglie Fulvio di Piazza, e la Ravera investe Paola Gandolfi, se Isman prende Roberto Ferri... a leggere l’elenco verrebbe da rispondere a Vittorio Sgarbi: in effetti l’arte è cosa nostra e ne siamo contenti...
Luca Beatrice, che è un saggio, a un certo punto non parlava più di massimi sistemi, ma dell’acqua alta e di sua moglie coi tacchi. E ridevamo come pazzi quando, inaugurata la mostra al Padiglione Italia, la star del momento cadeva nelle calli.
Ma leggiamo l’elenco di questa edizione, e meditiamo: anche se dobbiamo sopportare l’idea che la pittura - o l’arte vera - sopravviva attraverso questo faticosissimo sistema di mascheramenti e occultamenti va bene lo stesso. Purché qualcosa sopravviva.