Caso Welby e religione «fai da te»

Sul negato funerale religioso a Piergiorgio Welby sono state dette parole autorevoli e, per molti aspetti, esaustive. Penso a quanto scritto da Gianni Baget Bozzo su questo stesso giornale ma anche alle sofferte considerazioni, sia pure di segno opposto, di monsignor Maggiolini, vescovo di Como, intento, lui stesso, a misurarsi con la sofferenza.
Se torno a parlarne è perché tanti credenti, nel clima natalizio di questi giorni, chiedevano spiegazioni, divisi interiormente tra due opposti sentimenti: la fedeltà alla Chiesa e alle sue indicazioni e la pietà per l’uomo. Si trattava spesso di considerazioni amare, talvolta ostili, benché venissero da gente convinta, che va in chiesa e fa tanto di comunione.
Non entro nel merito di una possibile valutazione politica sulla scelta del Vicariato di Roma. Indubbiamente il consenso per un funerale religioso in quel preciso contesto avrebbe dato un messaggio che andava ben oltre il semplice significato sacramentale qual è la celebrazione di una messa, o anche solo al gesto di pietà per il defunto. Così come sarebbe ingenuo non vedere dietro alla vicenda di Welby una precisa regia, partita dal presidente Napolitano, con il suo appello iniziale, e poi gestita dal Partito radicale. Dopo mesi di confronto serrato tra una visione cristiana della malattia e della morte e una radicalizzazione politica in senso opposto, risultava abbastanza incongruente uno «sposalizio liturgico» tra la chiesa cattolica e i «sacerdoti» di Pannella, come se l’esito della vicenda fosse patrimonio di comune condivisione. Se proprio la celebrazione religiosa era considerata prioritaria dalla famiglia, sarebbe bastato chiedere ai radicali di fare un passo indietro, una rinuncia momentanea a cavalcare il caso, perché la pietas cristiana potesse esprimersi senza condizionamenti e fraintendimenti.
A prescindere da queste considerazioni, il dato emergente sembra nascere da un equivoco di fondo, è cioè dall’idea che il Vangelo sia materna misericordia, mentre la Chiesa sia solo matrigna. Un sentire che, dietro l’apparente buonismo che lo ispira, di fatto nega la legittimità all’operare dei credenti, quasi che il loro pronunciarsi su grandi temi morali sia piuttosto un arbitrio, una farisaica appropriazione di potere, che una fedeltà a Gesù Cristo. Di conseguenza, sembra emergere nella gente un individualismo religioso, un fai da te dell’anima, che emargina il senso di appartenenza e anche l’idea di obbedienza alla Chiesa. Il cardinale Dopfner sosteneva che essa sta diventando una specie di cantiere, dove è andato perduto il progetto e ognuno fabbrica secondo il proprio gusto.
Considerazioni realiste, che vanno a intercettare una visione essenzialmente sentimentale della fede. In questo orizzonte, dove la spiritualità è funzionale a scaldare i cuori, si capisce il rifiuto per una Chiesa che dice dei no, mentre si privilegia un qualunquismo new age, dove tutte le religioni si equivalgono e dove tutti i comportamenti finiscono per essere equiparati sotto l’ombrello della misericordia.
Ci troviamo così con una Chiesa che si vorrebbe senza progetto, che non ha più diritto a chiedere regole di appartenenza e di identità, dalla quale è sparita l’obbedienza e il rigore della correzione fraterna. È una realtà svuotata dentro, buona come luogo di consolazione emotiva, ma incapace di intercettare le contraddizioni dell’uomo, per proporgli un cammino di liberazione. Di fatto, una Chiesa inutile, che dovrebbe demandare alla scienza, all’economia e alla politica, intese come lo spazio della ragione, il compito di creare le vere occasioni di libertà. E così, mentre i partiti decidono cos’è bene e cos’è male per l’uomo, essa viene marginalizzata come un’antica signora, buona al massimo per fervorini consolatori. E invece la Chiesa, proprio perché è attesa a purificare la storia attraverso la carità del Vangelo, non può rinunciare a dire dei no, come insegna ogni autentica maternità pedagogica e a porre regole di appartenenza. È anche una forma di rispetto per chi il Vangelo lo prende sul serio, pagando con la vita, fino al martirio. Dire a tutto sì, come se tutto fosse degno di paradiso, è svuotare il mondo di responsabilità e irridere a chi vive con coraggio il Vangelo, sentendone la bellezza e anche la fatica.
brunofasani@yahoo.it